Apr 112010
 

Albascura
“La notte schiude le sue braccia fragili. Tra le emozioni che si intrecciano” cantano i Subsonica.
E invece stranamente – soprattutto pensando all’ansia pre-gara della vigilia – ho dormito un sonno profondo e ristoratore, tanto che ho fatto quasi fatica a sentire la sveglia puntata alle 06:00. Mi alzo, e la prima cosa che faccio è controllare le condizioni meteo. Purtroppo le previsioni erano corrette: c’è vento teso e freddo, a tratti molto forte.
Faccio una colazione ‘normale’ senza le stranezze consigliate da qualcuno, tipo tre etti di bucatini con burro e marmellata, limitandomi al solito tazzone di caffè americano con tanti biscotti. Un’ultima occhiata ad Internet per controllare il meteo (non si sa mai: magari all’ora della partenza torna la primavera) e vedere gli ultimi messaggi di incoraggiamento degli amici di Facebook. Mi vesto con calma, e faccio l’ennesimo controllo della check-list.
Sono stranamente calmo…

In partenza verso Rho
gonfiabile-lagerAlle 7:15 usciamo di casa. Il tempo è davvero da lupi. Miki – che mi accompagna con grande pazienza in questa avventura – mi chiede: “sei sicuro di voler guidare?” un po’ preoccupata che la mia agitazione pre-gara possa portarci dritti verso un bel frontale. Fortunatamente, arriviamo incolumi a destinazione e parcheggiamo nel P4.La mia calma (apparente?) comincia a sfumare quando vedo l’afflusso costante di runner infreddoliti che si avvicina alla zona partenza. Per un attimo ho la sensazione che siano colonne di deportati che si avvia mestamente verso il loro destino, e mi sembra di scorgere sul gonfiabile le parole “Laufen macht frei”. Ma che bella immagine rassicurante….

Preparation is 90% of success
Ovvero una delle poche cose che mi sono rimaste in testa dopo anni di management training. Grazie Krauthammer!
Procedo al rito della vestizione senza scendere dall’auto, considerato il clima polare. Calze, scarpe, fascia-cardio, cerotto-proteggi-capezzoli, iPod, Garmin, maglietta…. E poi? Cosa cavolo mi metto addosso con questo vento freddo? Sono tentato di mettere qualcosa con le maniche lunghe, ma alla fine decido per il gilet anti-vento da indossare sopra alla magliettina ufficiale. Mi metto sopra una felpina da tenere fino alla consegna borsa e affronto la bufera. Intanto ricevo la chiamata di Stefano: mi dice che si trova con i suoi amici nella hall dell’hotel HN per ripararsi dal vento.

Profughi? No, runners!
Sono da poco passate le 8:00 quando ci dirigiamo verso la zona partenza. Deposito la borsa con il cambio indumenti e mi separo della preziosissima felpa: ma quanto freddo fa?? Mi metto subito la maglietta ‘sacrificabile’ e sopra di quella il sacchetto dell’immondizia per ripararmi dal vento. Il mio bellissimo pettorale si trova ora sotto 3 strati di roba e non può essere immortalato dai numerosi fotografi. L’istinto di sopravvivenza ha la meglio sulla vanità e rinuncio alle foto ricordo.
Arriviamo all’hotel e la scena che vedo ha del surreale: sembra di essere in un campo profughi pieno di gente vestita in modo improbabile, intenta a spalmarsi creme sulle gambe. L’odore di canfora che aleggia nella hall mi ricorda la frase di Robert Duvall in Apocalypse Now: “I love the smell of canfora in the morning… Smells like… victory” Forse non si trattava di canfora, ma fa lo stesso… Magari la prossima volta provo a scaldarmi i muscoli col Napalm. Evidentemente i miasmi che si respirano mi provocano qualche allucinazione cinematografico-olfattiva.
Poco dopo aver incontrato Stefano e i suoi amici, una dipendente dell’hotel in preda a crisi isterica comincia ad inveire contro i profughi, intimandoci di sgomberare. Sembra molto decisa, ma viene ignorata dalla maggior parte degli occupanti. Non mi stupirei di vedere qualcuno scrivere sui muri con la bomboletta spray “OKKUPARE NON E’ REATO”. Visto che siamo persone educate, ci dirigiamo fuori affrontando stoicamente la tormenta. Accompagno Stefano & co a depositare le borse (azz! Tutto questo freddo extra avrei potuto risparmiarmelo, consegnando anch’io all’ultimo momento) saluto Miki come avrebbe fatto un militare in partenza per la guerra del Vietnam e ci dirigiamo verso la partenza.

Prima del via
La zona di partenza dedicata a noi sfigati (quelli con un tempo in maratona nel range 4h / ∞) è piuttosto lontana e per raggiungerla si deve camminare su un striscia di terreno accidentato: manca solo di beccarsi una storta alle caviglie proprio ora… C’è ancora tempo per l’ultima pisciatina e per socializzare con gli amici di Stefano: Massimo, Andrea e Luciano.

MCM-2010-Gruppo-alla-partenza

Fare due chiacchiere con gente simpatica mentre si attende in griglia è un’ottima medicina per stemperare la tensione. Vacca boia, che freddo!!! Fortunatamente, la densità all’interno della gabbia produce un piacevole “effetto stalla” che rende il freddo più sopportabile. Gli elicotteri della TV ronzano sopra le nostre teste, richiamando alla mente altre similitudini con Apocalypse Now. “This is the end. My only friend, the end

Start me up
Accendo il Garmin e preparo l’iPod sulla playlist “Run like Hell”. Da un momento all’altro mi aspetto di sentire Russell Crowe gridare: “On my signal, unleash hell” E invece siamo così lontani dalla start-line che lo sparo neanche si sente. Mi accorgo che è stato dato il via dal fatto che vedo alcuni palloncini muoversi davanti a noi. Comunque ci siamo: si parte. Mi vengono in mente le parole di Cochi e Renato: “e c’è sempre qualcuno che parte, ma dove arriva, se parte?” e subito penso che vista la solennità del momento sarebbe stata opportuna un’associazione mentale un po’ più epica, tipo – che ne so – “The final countdown” o “Eye of the tiger“, ma vabè…. Strappo il sacco della spazzatura con un movimento molto virile e mi incammino.
L’avventura comincia. Non c’è più tempo per pensare: la parola passa a gambe e i polmoni.

I primi 10Km
Quasi subito perdo di vista Stefano. Aveva dichiarato che – considerata la scarsa preparazione – si sarebbe accontentato di un tempo con il 4 davanti e a quanto pare ha proprio scelto di partire piano. Per un po’ rimango con Massimo ma dopo un paio di km lo lascio andare visto che sta andando ad un passo non compatibile con i miei obiettivi.
Mi tolgo la maglietta di scorta ma non la butto: ho troppa paura del vento. Per ora la tengo in mano appallottolata e la uso per asciugarmi il sudore. Ehm…. Ma quale sudore? Con questo vento evapora tutto immediatamente. Allora la butto, ma il mio senso civico mi impone di trovare un cestino dei rifiuti: cosa non facile nella periferia industriale di Rho-Pero. Al primo ristoro bevo disciplinatamente, anche se non ho ancora sete. Continuerò a farlo ad ogni ristoro. A metà di Via Novara comincio a sentire qualche doloretto di pancia. Mi guardo attorno alla ricerca di un bagno chimico, ma non ne vedo. Dopo qualche minuto per fortuna il doloretto scompare.
Come temevo, sono partito troppo forte: nonostante mi imponga di andare piano, mi lascio trascinare su una media attorno ai 5’30 nei primi Km. Chiudo i primi 10Km in 56’44. Mi sento bene, anche se il vento freddo si fa sentire.

Tra i 10 e i 20
Come da programma, mi bevo il primo gel energetico seguito da abbondante acqua. Le gambe girano bene, e non ho nessun segnale preoccupante dal ginocchio. Ritorna il mal di pancia, questa volta più forte. Di bagni chimici, neanche l’ombra. Mi sfiora l’idea di appartarmi dietro una siepe, ma tengo duro cercando di pensare che il problema è dovuto solo al passaggio davanti a San Siro, tempio di uno sport che mi fa c***re. Quando siamo in zona Monte Stella cerco di individuare tra il (poco) pubblico Lucrezia e Giampaolo, ma tutto quello che vedo sono automobilisti incazzati che non riescono a concepire perché diavolo dovrebbero fermarsi per lasciar passare gente incivile che va a piedi. In via Gallarate il vento si fa incredibilmente forte e – ovviamente – contrario. E’ dura…. Per fortuna in piazzale Accursio due belle sorprese: Lucrezia & Family che fanno il tifo gridandomi “VAI FOIA!!” e una band che fa musica dal vivo molto allegra. Questo mi da una bella carica. Ma purtroppo dura poco: devo trovare un bagno o qui si rischia un disastro ecologico degno di Chernobyl. Per fortuna vedo un bar aperto all’angolo tra via Teodorico e via Marco Antonio Colonna. Entro tutto trafelato e chiedo di poter usare il bagno temendo una risposta diplomatica del tipo “E’ fuori servizio”. E invece la risposta “seconda porta a sinistra” suona armoniosa come una melodia di Chopin. Sarò per sempre grato al bar Cinzia (il giorno dopo ne ho rintracciato il numero di telefono e li ho chiamati per ringraziarli con tutto il cuore). La sosta mi è costata un paio di minuti e ha rimbambito il Garmin, ma era davvero necessaria.
Man mano che ci avviciniamo a metà gara, l’ambiente si fa più vivo: pubblico presente, musica ad alto volume lungo quasi tutto Corso Sempione e…. fotografi. Ho il mio bel da fare ad aprire il gilet anti-vento per mostrare il numero di gara in favore di obiettivo e a richiuderlo velocemente per non prendere troppo vento sul pancino.

Tra i 20 e i 30
Puntuale come un orologio svizzero, bevo il secondo gel. Al bivio per la mezza rischio di sbagliare. Ma non potevano mettere delle indicazioni chiare??? Sui bastioni di Porta Nuova arriva il cartello di metà gara e faccio un breve check-point: 2h04 per la prima parte, nessun dolore, il cuoricino si mantiene sotto i 150bpm, il mal di pancia è ormai alle spalle e la velocità attorno ai 5’40. Forte di questi segnali positivi mi dico: “Ok, forza: hai solo una mezza davanti. Che vuoi che sia?” A fianco dei giardini pubblici due coppie di novelli sposi cinesi ci guardano passare: siamo noi runners ad applaudire loro. Le spose in abito bianco sembrano divertite. In Corso Venezia è un po’ deprimente vedere quelli che stanno già tornando indietro dopo aver fatto il giro di piazza Duomo, ma non mi lascio influenzare. Mi ripeto che il mio obiettivo è arrivare in fondo.

E’ bello passare tra le vie del centro e a tratti si ha la sensazione di essere le star del giorno, con i ragazzini che ti danno il cinque, alcuni dei quali dicendoti “Bella!” Anche attorno al duomo ci sono parecchi fotografi; sperando di riuscire bene in qualche foto, mi do il contegno di uno che non è neanche toccato dall’idea della stanchezza, cosa non del tutto vera. Al rifornimento del 25Km, poco prima di San Babila, mi concedo il primo rallentamento e bevo un po’ d’acqua camminando invece che correndo per un breve tratto. Al ritorno su Corso Venezia incrocio Stefano che va nell’altro senso: quando diceva che l’avrebbe presa con tranquillità non scherzava. Poco dopo sono raggiunto dai pacemakers delle 4h15′. Il primo pensiero è stato: “Urca, ma allora stavo andando così forte?” Ma poi, quando decido di stargli dietro capisco che ad andare forte sono loro e non io. Tengo duro per una ventina di minuti ma poco prima del trentesimo devo concedermi una breve pausa al passo; quando riprendo a correre i pacemakers sono davanti soltanto per una cinquantina di metri, ma il gap aumenta in modo inesorabile e non li rivedrò più.
Comincio ad essere stanco.

BANZAI!!
Il terzo e ultimo gel segna ufficialmente l’ingresso in un territorio inesplorato: quello dopo il trentesimo chilometro, mai provato durante gli allenamenti. Quella parte di gara descritta da tanti come una specie di twilight zone nella quale può succedere di tutto, soprattutto l’incontro con il famigerato “muro“. Io mi guardo attentamente in giro per evitare eventuali pareti malintenzionate, ma non vedo neanche un mattone. L’unica cosa a cui fare attenzione sono gli staffettisti dell’ultima frazione che invadono la corsia cercando di farsi vedere dai compagni. Verso il 32km, sento un grido arrivare dal lato opposto del Naviglio “Foiaaa!!”. Identifico una sagoma rossa che corre in senso inverso e penso “quella pazza non può che essere Nadia”. La mitica Nadia che nonostante i suoi problemi oggi è qui con noi, anche se “a mezzo servizio”. Cerco di starle dietro, ma il suo ritmo – nonostante rallenti apposta per me – è un po’ troppo alto, soprattutto in questo momento in cui comincio a sentire un dolore inedito sulla parte alta della coscia verso l’interno (non conosco il termine anatomico esatto). Comunque fare due chiacchiere con Nadia – che tra l’altro mi sgrida per la posizione delle braccia – mi aiuta a distrarmi. All’altezza di Piazza Cantore ho bisogno di una breve pausa al passo e lascio andare Nadia. Riprendo con un passo attorno ai 6’00” fino al rifornimento del 35Km. Del famigerato “muro” ancora neanche l’ombra, anche se ora la fatica si fa sentire ancora di più. Ma poi faccio un rapido calcolo: ormai anche se dovessi camminare fino all’arrivo finirò comunque sotto le 4 ore e mezza. Questo rafforza dentro di me la certezza di arrivare fino in fondo.

In zona Vigorelli scorgo un gruppo di turisti Giapponesi che ci saluta; ho la forza di avvicinarmi e gridare “最後までがんばります!!” suscitando nell’incredula comitiva grida di entusiasmo ed ammirazione. I loro ‘Banzai’ mi danno la forza di arrivare in Corso Sempione, con il suo interminabile rettilineo. La folla si fa sempre più densa ed unanime nel gridarci di non mollare, che ormai siamo in fondo. Mi piace applaudire chi chi incita per ringraziarli del loro calore.
Probabilmente ce la potrei fare ad arrivare correndo fino alla fine, ma la paura di rovinare tutto solo per guadagnare qualche minuto mi impone di fare qualche tratto al passo. Ultimo chilometro: mi slaccio definitivamente l’anti-vento per darmi in pasto agli obiettivi dei numerosi fotografi. Ci siamo. La forte emozione che provo non si esprime in un pianto liberatorio ma in una specie di rabbioso grido interiore che esplode mentre taglio il traguardo con le braccia alzate. E’ fatta: ora anch’io sono un maratoneta, una persona un po’ speciale, forse un pazzo agli occhi di tanti, ma sicuramente qualcuno che sa accettare le sfide e portarle in fondo.

E il primo folle pensiero che mi attraversa la mente è… che questo è solo l’inizio.

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