Nov 282010
 

Firenze-StemmaFirenze, 28 Novembre 2010 8:00am

Qui con me a piazzale Michelangelo qualche migliaio di persone sta cercando inutilmente riparo dalla pioggia e dal vento gelido. Le facce sono quelle dei profughi in seguito ad una catastrofe naturale: un misto di stanchezza, disperazione e paura per l’immediato futuro. Sono sicuro che una buona parte di loro si sta chiedendo “ma chi me l’ha fatto fare; si stava così bene sotto le coperte”. Lo stesso pensiero viene più volte a farmi visita ma lo allontano visualizzando nella mia mente un arrivo trionfale e pregustando l’appagamento che solo il traguardo di una maratona può dare. Ormai ho imparato a conoscerlo, e farne a meno sta diventando sempre più difficile. Dopotutto è l’assuefazione a queste sensazioni che mi ha fatto iscrivere alla maratona di Firenze in modo del tutto irrazionale, a distanza di sole 5 settimane da Venezia. Sindrome da dipendenza alle endorfine?…

Già completamente zuppo, dopo quasi un’ora di attesa mi avvio verso le griglie di partenza, ma ci sarà ancora da aspettare prima del via. Penso che da qua sopra la vista di solito è bellissima, mentre stamattina Firenze appare grigia ed inospitale: tra non molto saremo laggiù a spremere gambe, cuore e polmoni al loro limite nonostante il vento freddo e la pioggia. Speriamo che almeno ci sia un pubblico caldo a sostenerci. Faccio due chiacchiere con altri profughi vicino a me; uno è all’esordio in maratona e cerco di fargli coraggio dandomi arie da esperto, anche se dentro di me penso “ragazzo mio, che sfiga hai avuto ad esordire proprio oggi”. Chissà come gli è andata…

Comincia l’avvicinamento verso lo start e con esso si avvia la cerimonia di massa dello strip-tease. Anch’io comincio a liberarmi gradualmente degli strati protettivi fino a rimanere in tenuta da gara; purtroppo basteranno pochi minuti per inzuppare anche gli indumenti fino ad allora rimasti miracolosamente asciutti. Le scarpe sono ormai ridotte a delle risaie. Il serpentone si muove più velocemente, ma non si capisce ancora se il via sia stato dato o meno; forse siamo così indietro che non qui non si sente lo sparo. Finalmente vedo il gonfiabile della partenza e allora capisco che ci siamo. Do un’occhiata al Garmin e scopro con orrore che è completamente impazzito: numeri a caso sul display; imprecazioni a caso nella mia mente. Si comincia a correre; passo sotto il via smanettando sui bottoni del malefico attrezzo, ma niente: non ne vuole sapere di partire. Alla fine decido di spegnerlo accompagnando il gesto con un bestemmione degno di copyright. Poi ci ripenso e lo riaccendo: sembra che sia uscito dal coma, così decido di farlo partire in corrispondenza del Km1. Non ho idea di quanto ci ho messo a coprire il primo km, ma almeno avrò un’idea del passo per i successivi.

Nei primi 5km corro piuttosto contratto: le gambe sono indurite dal freddo, si va in discesa e ho paura di scivolare sul fondo viscido. Poi il freddo comincia ad andarsene contrastato dalla caldaia interna che va in pressione e raggiunge la temperatura di esercizio. Anzi, ho quasi caldo: forse ho esagerato a mettermi l’intimo invernale. Ma questa sensazione durerà poco, non so bene se per fortuna o purtroppo. Nel sottopassaggio in corrispondenza della ferrovia il Garmin perde il segnale GPS ed accumula un ritardo di 3/400 metri che lo rende definitivamente inutilizzabile. Alcune rane gracidano allegre da dentro le scarpe.

Nel parco delle Cascine – attorno al km10 – sono costretto a fermarmi per un bisognino; la pausa non dura molto, ma mette tra me e i pacers delle 4 ore – fino ad allora in vista e forse raggiungibili – un distacco che non riuscirò più a colmare. E con loro perdo ogni riferimento utile a stabilire un buon passo. Chissenefrega, vorrà dire che correrò a sensazione e quello che viene viene.

Con questo freddo non viene molta voglia di bere, ma al ristoro del km15 scopro che distribuiscono anche dell’ottimo the caldo. Da quel momento non salterò più neanche un rifornimento per non privare il mio stomaco infreddolito di questa vera libidine. L’unico problema è che viene distribuito in bicchierini, dai quali non riesco assolutamente a bere correndo; ogni volta devo fare un tratto al passo per bere senza affogare. A conti fatti, questi rallentamenti e la sosta pipì saranno forse quelli che mi hanno negato la gioia ulteriore di un tempo per me importante. Ma del senno di poi….

Dalle parti del Ponte della Vittoria (dopo il km15) ci dovrebbe essere il mio amico Carlo che mi aspetta. Lo vedo proprio sul ponte che punta il suo mega teleobiettivo verso l’ignoto mentre io gli passo accanto e lo chiamo svegliandolo dal torpore invernale. Non riesce a farmi uno dei suoi scatti artistici, ma mi fa molto piacere salutarlo.

In zona san Frediano il pubblico comincia a farsi sentire. E’ incredibile l’effetto che fa ai muscoli indolenziti l’incitamento di questa gente, soprattutto pensando al clima che devono affrontare; probabilmente hanno più freddo di noi runners. Continuo a correre senza avere riferimenti precisi, a parte la velocità indicata dal Garmin del quale però oggi non posso fidarmi. La sensazione è comunque che sto andando abbastanza costante, senza particolari variazioni di ritmo. La mezza passa via senza problemi: il cronometraggio ufficiale dice 2h01’56”: se tolgo i classici 2 o 3 minuti, più o meno sono in linea per un real time di 4 ore. Sarebbe davvero bellissimo…. Intanto nelle mie scarpe, 2 anguille si uniscono alle rane.

Attorno al km25 soffro molto per il vento gelido e per il panorama non proprio bucolico che si osserva attorno alla stazione Campo di Marte. Anche la relativa assenza di pubblico non aiuta. Per distrarmi, decido di farmi un bel controllo testa-piedi stile protocollo 118:

  • Testa: annebbiata ma ancora sul collo
  • Collo: un po’ rigido, meglio cercare di scioglierlo un po’ con dei movimenti
  • Torace: espande bilateralmente. Nessun sibilo o gorgoglio
  • Gambe: un po’ rigide, ma il giusto. Nessun dolore e – per fortuna – nessuna deformità
  • Piedi: Alluvionati ma sani
  • Braccia: sensibilità degli avambracci seriamente compromessa

Vorrei anche controllarmi anche le pupille, ma mi risulta difficile. Probabilmente sono anisocoriche.

Mentre inganno il tempo (e me stesso) con questi giochetti mentali, arrivo al Km32 dove vengo bruscamente riportato alla realtà da un malefico cavalcavia: piuttosto breve ma con una pendenza importante. Mi dico che la gara vera comincia solo adesso e che è il momento di stringere i denti. Dopotutto mancano solo 10km: ancora qualche bracciata e siamo arrivati; magari alterno dorso e crawl. La stanchezza comincia a farsi sentire, ma è compensata dal fatto che ci stiamo avvicinando al centro con i suoi monumenti e con il suo pubblico. E infatti, i passaggi sul ponte Vecchio e in Duomo sono commoventi, per la bellezza dei luoghi ma soprattutto per la tantissima gente che incita ed applaude (cosa molto difficile con l’ombrello in mano). A tratti mi vengono i brividi, ma non sono dovuti al freddo.

E così anche questa maratona (la quarta in quest’anno di esordio, ancora non ci credo!) sta per finire. Non dico che sia stata facile, ma sicuramente non mi ha dato i problemi che mi sarei aspettato con questo clima, e con l’incognita di una preparazione di sole 4 settimane. Quello che mi rassicura è che ho sempre avuto la sensazione di avere tutto sotto controllo e che anche stavolta non ho sbattuto le corna contro il muro: vuol dire che la prossima volta proverò a spingere di più. Ma come, ancora non ho tagliato il traguardo e già penso alla prossima? Meglio concentrarsi su questi ultimi km e assaporare la gioia infinita del traguardo. Già… il traguardo: lo taglio in 4h01’29” abbassando il mio personale di altri 6 minuti ma senza infrangere la barriera delle quattro ore. Per un attimo mi dispiace ma poi penso che dopotutto sia quasi meglio così, almeno per l’anno prossimo ho un obiettivo molto concreto da affrontare.

E ora…. la follia continua: si pensa a ROMA 2011 !!!


Purtroppo il dopo gara ha messo in evidenza le uniche pecche dell’organizzazione, per altro perfetta. Le operazioni dopo il traguardo sono piuttosto lente e ci costringono a rimanere al freddo a lungo prima di poterci avviare verso il deposito borse, che è piuttosto lontano. Dulcis in fundo gli spogliatoi sono assolutamente inadeguati e molta gente è costretta a cambiarsi all’aperto pur di togliersi di dosso gli indumenti fradici. Ho quasi sofferto più dopo il traguardo che durante la gara…..

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