Aug 282011
 

kamikaze-flagNel teatro Kabuki (歌舞伎) esiste una tecnica particolare per cambiare il costume in scena. Questa tecnica si chiama Hikinuki che letteralmente significa “tirare i fili”. L’attore indossa un kimono sopra l’altro e quello esterno é cucito leggermente con fili di cotone. Il Koken (assistente di scena) tira questi fili al momento opportuno e l’attore si libera del primo kimono restando vestito del secondo con un bell’effetto scenografico.

Cosa c’entra il Kabuki con la maratona? Beh, la mia maratona di Hokkaido è appunto passata attraverso alcuni Hikinuki….

L’antefatto
Sono arrivato a Sapporo con pochissime aspettative. Un po’ per la preparazione, non totalmente inadeguata ma di certo non sufficiente per ambire ad ambizioni cronometriche: pochi lunghi, e quasi niente allenamento nelle due settimane passate in Giappone a causa del caldo soffocante di Tokyo. Giá, il clima… Sapporo é molto a Nord e il clima di fine estate può essere piacevole. Oppure – e ovviamente così é stato – può esserci un sole martellante e implacabile con una trentina di gradi. A questo si é aggiunto un bel raffreddore rimediato nei giorni precedenti alla gara, e che ha raggiunto il suo culmine proprio il giorno prima costringendomi a dosi massicce di Tachipirina.

Pre-Gara

Mini-forum-raduno-Forte di queste aspettative, alle 10:30 mi presento all’appuntamento con Giovanni, amico di RunningForum. Vaghiamo nella zona partenza ammirando l’impeccabile organizzazione Giapponese: distribuzione di acqua e banane, ben 8 gabbie di partenza divise per tempi obiettivo, deposito borse efficiente e con indicazioni chiarissime, parecchi bagni chimici divisi tra maschili e femminili. Il tutto contribuisce ad un’atmosfera rilassata e composta che non ho mai visto altrove. Qui incontriamo per caso l’altro Italiano che partecipa alla gara: é Giuseppe, un ‘cervello in fuga’ ricercatore in Fisica che si é trasferito a Tokyo un anno fa. Oggi esordisce in maratona e ci chiediamo come abbia fatto a prepararla, visto il clima proibitivo dell’estate Giapponese. Dopo le foto di rito e gli auguri reciproci, ci avviamo alle rispettive gabbie. L’organizzazione é molto precisa ma altrettanto inflessibile: chi non si presenta alla sua gabbia entro l’orario previsto (35 minuti prima del via) deve partire in fondo. Quindi entro disciplinatamente nella mia zona e mi trovo un angolino all’ombra dove sedermi assieme agli altri. Si, perché qui – sempre all’insegna della compostezza – tutti se ne stanno seduti tranquilli aspettando la partenza. Mi guardo attorno e mi rendo conto per la prima volta di essere una vera ‘rarità’: uno dei 23 stranieri su circa 9200 partecipanti.

Waiting-Runners

Si parte
Quando mancano 20 minuti al via, tolgono le barriere che dividono le zone di partenza e si avanza per compattare il gruppo. Questo vuol dire che sarò costretto a passare il tempo restante sotto il sole a picco di mezzogiorno. La testa mi scoppia e non capisco se le vampate di calore che percepisco siano dovute alla febbre o al caldo soffocante. Lo speaker (anche lui molto pacato e mai sopra le righe) annuncia che ci sono 29 gradi e raccomanda ai partecipanti di non esagerare cercando di finire a tutti i costi, ricordando che ai primi segni di sofferenza bisogna avere ‘il coraggio’ di ritirarsi. Mi viene voglia di prenderlo in parola e uscire dalla gabbia prima ancora di partire, ma non potrei sopportare una vergogna simile. Alle 12:10 in punto, senza drammatici conti alla rovescia, ne’ musiche tamarre sparate a palla, un semplice sparo annuncia la partenza. La densità di runners é molto alta ma si procede senza intoppi, anche se piuttosto lenti. Arrivati al terzo Km, una rettilineo in leggera salita mi permette di capire le dimensioni dell’evento a cui sto partecipando. La visione della marea di teste che avanzano inesorabili davanti e intorno a me, mi da la forza per dimenticare le mie condizioni e concentrarmi sulla corsa. Procedo comunque ad un passo molto prudente, e non solo a causa del traffico.

Due Hikinuki al Km
Il caldo si fa sentire e cerco di correre nelle rare zone d’ombra, anche se questo significa allungare il percorso. All’ottavo Km – quando la testa comincia a risentire del sole battente – si prospetta una visione paradisiaca: un lungo sottopassaggio. Finalmente un po’ d’ombra! E invece qui si consuma il primo Hikinuki. Quella che sembrava un’oasi si rivela un girone infernale: Nel lungo tunnel (un Km tondo tondo) non gira un filo d’aria e il blocco compatto di runners lo rende un luogo claustrofobico e soffocante che mi rievoca le immagini dell’episodio omonimo da Yume (sogni) del maestro Kurosawa. Le spiacevolissime sensazioni provate in questo tratto mi fanno seriamente pensare all’ipotesi del ritiro. Le ricaccio indietro con un sussulto d’orgoglio e finalmente riesco a riemergere, in tutti i sensi. Ed ecco realizzarsi il secondo Hikiniku: la luce e l’aria che si torna a respirare mi danno la scossa necessaria a ritrovare la motivazione per continuare.

Tifo cortese, senza pretese
Pubblico-compostoSuperata la crisi, riprendo a correre con maggiore fiducia. Per fortuna, la presenza del pubblico é costante, anche nei tratti più isolati e periferici, e questo aiuta. Peccato che il tifoso Giapponese sia – nella maggior parte dei casi – piuttosto ‘low profile’: sono pochi quelli che gridano e incitano con forza. La maggior parte si limita a pronunciare a mezza voce il classico “Gambatte Kudasai” nelle sue varianti, una delle quali – mai sentita prima – sembra direttamente rivolta agli arti inferiori: “GAMBA!!!”. Verrebbe voglia di rispondere “Si, ne ho due. Almeno credo…” I migliori tifosi comunque rimangono come sempre i bambini, dai più piccoli ai grandicelli, che si aspettano il cinque, e fanno un sorriso speciale al misterioso Gaijin.

Acqua per tutti
I ristori sono molto frequenti: oltre a quelli ‘classici’ ogni 5Km, ci sono anche quelli aggiuntivi in corrispondenza degli spugnaggi. Quindi in pratica un ristoro ogni 2,5Km più qualcun altro extra dopo il trentesimo. Penso che senza tutta questa assistenza, oggi ben pochi riuscirebbero ad arrivare in fondo. Ai ristori ufficiali, si aggiungono poi numerosi punti di assistenza estemporanei organizzati dal pubblico, dove si possono trovare acqua, banane, sport drinks, umeboshi e altre prelibatezze, e dove molti runner con problemi di crampi si fanno applicare spray alle gambe. Io ne approfitto molto volentieri per procurarmi dei bei pezzi di ghiaccio. Tra un ristoro e l’altro, procedo ad un passo molto prudente fino al… successivo cambio d’abito.

Hikiniku in slow-motion
Certo che è strano…. qui in Giappone i muri delle case tradizionali sono costruiti in bamboo intrecciato e le pareti interne (quelle scorrevoli) di leggerissima carta di riso. L’unico muro di cemento armato del sol levante l’ho trovato io e ci sono andato a sbattere. Violentemente. Non saprei dire il punto preciso in cui è avvenuto. Non so neanche se si possa parlare veramente di muro, visto che non si sono “spente le luci” e ho continuato a correre anche se molto piano. Resta il fatto che, lungo il terribile rettilineo che comincia al Km19 (6 Km sotto il sole da percorrere nei due sensi) i tratti al passo in corrispondenza dei ristori si sono fatti sempre più consistenti e quelli di corsa sempre più lenti. Altro che metodo Galloway: con il nuovo metodo Foia (5 minuti sulle ginocchia e un minuto sui gomiti) tutti possono finire una maratona!!! Devo depositare il copyright prima che quelli di RunnersWorld me lo copino.

Bataan? No, Sapporo!
Finalmente si arriva alla fine dell’interminabile rettilineo e penso “il prossimo che mi parla della durezza del Ponte della Libertà alla maratona di Venezia, giuro che gli sputo in un occhio”. Dopo l’inversione di rotta, la situazione peggiora ancora: la leggera brezza che ha soffiato in senso contrario per gli ultimi 6Km, ora è a nostro favore e quindi viene a mancare il suo benefico effetto per i prossimi 6. Non resta che mettersi a testa bassa e tirare dritto. Nonostante il consistente calo di ritmo (o forse proprio grazie ad esso) ormai i brutti pensieri di un possibile ritiro mi hanno abbandonato. A farli sparire definitivamente contribuisce una visione terrificante: attorno al Km29 alzo lo sguardo e vedo sull’altro lato della strada la parte finale del plotone, un gruppo di morti-viventi che si trascina con evidente sofferenza. La prima immagine che mi evocano è quella della ritirata di Russia, ma il clima non è proprio lo stesso. Dopo qualche minuto vedo arrivare anche il camion scopa che procede inesorabile raccogliendo i runners fuori tempo massimo che fanno di tutto per non farsi raggiungere. Altro che maratona, qui si sta replicando la marcia della morte di Bataan. Nonostante i circa 4km di vantaggio che ho su questi poveretti, mi chiedo quanto la mia condizione sia lontana dalla loro. Probabilmente non molto…

Epilogo
Finita-1024x768Ormai siamo oltre il trentesimo, e ogni ipotesi di ritiro è stata archiviata: se non mi capita qualcosa, dovrei farcela. La fine del mega rettilineo segna anche il rientro in città, con pubblico più denso e qualche possibilità di scegliere tratti in ombra. La fatica è davvero tanta e il ritmo ne risente: faccio fatica a fare più di 2Km di corsa continua, ma ormai da parecchio ho dimenticato ogni aspetto cronometrico e l’unica priorità è quella di portare a casa la bellissima medaglia. Le persone che devono ricorrere alle cure mediche lungo il percorso (molto buona l’idea dei ‘Running Doctors’) sono sempre più frequenti attorno a me, e questo mi fa pensare a quanto sono fortunato a non soffrire di crampi.

Alla fine i ritirati saranno quasi 2400 su 9200 partecipanti. Io, per fortuna non sono uno di loro e taglio il traguardo con un crono da dimenticare, ma con la soddisfazione di essere arrivato in fondo a quella che è stata in assoluto la più dura delle sette maratone che ho corso finora. E poi, mi resta all’attivo l’esperienza davvero unica di aver corso da queste parti. Penso proprio che prima o poi tornerò a correre in Giappone, ma una cosa è sicura: non in estate!

Comments

  1. igiul says:

    Avresti dovuto saperlo.. La crisi della settima maratona!
    Scherzi a parte, ti rinnovo i miei complimenti e con una certa invidia.. difficilmente riuscirò ad andare a correre in posti così distanti e differenti dai soliti, quindi appunto, ti invidio!
    E poi comunque, si era detto che per il prossimo P.B. mi avresti aspettato per farlo insieme! 😉
    Ciaoooooooo

    1. Foia says:

      E infatti ti aspetto a Garda per tentare assieme l’assalto alle 3h50′ 🙂

  2. Rocha says:

    Bravissimo, grande prova mentale la tua. Ora ricarica le batterie in vista del pb di Ottobre !

    1. Foia says:

      Grazie Enrico!
      Le batterie sono già quasi cariche: non dico che ne correrei un’altra domenica prossima, ma quella dopo si 😉

  3. Pino says:

    Che bel resoconto!
    Sei stato così bravo nel raccontare la tua avventura, che mi è sembrato di correrla con te!
    Ancora una volta: COMPLIMENTI!!!

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