Nov 162011
 

ThinkerNon corro da un mese.

E’ un sacco di tempo, soprattutto per chi – come me – corre regolarmente e pressoché ininterrottamente da quasi cinque anni. La buona notizia è che la fase acuta di astinenza sembra essere superata. Parlo di quella particolare condizione nella quale la mancanza di endorfine scatena una serie di reazioni psico-fisiche che fanno stare male, esattamente con lo stesso meccanismo instaurato da altre dipendenze, siano esse da droghe, alcool, nicotina o farmaci. Quello che invece sta continuando anche dopo la fase acuta, è un generale senso di vuoto. Sto cercando di riempire lo spazio lasciato dalla corsa con altre attività sportive (indoor-rowing e nuoto) e con il tempo dedicato alle cure del ginocchio (visite specialistiche, esami diagnostici e fisioterapia).

Ma non mi basta…

Evidentemente, il vuoto da riempire non è solo temporale: quello che manca davvero è il piacere di indossare un paio di scarpe e affrontare la strada in libertà, col vento che accarezza il viso. A rendere questa mancanza ancora più insostenibile, ci sono tutte le incertezze legate all’infortunio: quando potrò riprendere? Tornerò come prima? Riuscirò a correre altre gare, in particolare la Maratona?

Tutto questo mi induce a pensare, e una delle domande che mi pongo in questi giorni, è: “Ma io, dopotutto… perché corro?” Più ci penso e più mi rendo conto che gli obiettivi classici (distanze, tempi, gare) hanno sempre meno senso. Non si tratta del classico ragionamento della volpe con l’uva, ma piuttosto della consapevolezza che la cosa che conta veramente per me è CORRERE: una cosa che fino a un mese fa davo per scontata, ma che ora non c’è più. Dopotutto fa un po’ parte della natura umana rendersi conto di quanto sia importante qualcosa (o qualcuno) solo quando viene a mancare…

In effetti, è inutile spremersi per ottenere un miglioramento di 5 minuti in maratona se questo vuol dire rischiare di rimanere fermo per mesi. E allora i miglioramenti e gli obiettivi a cui mirare dovrebbero cambiare: non più ripetute alla morte per velocizzarsi o allenamenti extra-lunghi per sviluppare il fondo, ma semplicemente puntare a mantenermi in salute e a divertirmi il più a lungo possibile, in altre parole… a durare come runner. Probabilmente dovrò cambiare il modo in cui misurare il successo (ma quale, poi?…): non più il cronometro, ma gli anni aggiunti alla carriera podistica.

Fin qui i buoni propositi da infortunato. Bisognerà poi vedere cosa succederá il giorno che tornerò a mettere le Asiscs ai piedi e fare i conti con l’endorfina che rientra in circolo, spingendomi di nuovo a prendere decisioni irrazionali.

Staremo a vedere…

Comments

  1. insane says:

    Io dico che appena torni ti preoccupi di ogni piccolo fastidio e,di conseguenza,di continuare a correre..
    Dopo un pò,come è umano,ti rompi le pa**e e inizi a pensare di nuovo ad una maratona perchè alla fine ti da l’emozione più forte… Dopo quèlla non ti dispiace fare 5 minuti meno..
    Il tutto finché non salterà fuori qualcos’altro,perchè prima o poi,a noi amatori,che non abbiamo tutte le strutture e i tecnici a disposizione e,in buona fede,qualche cavolata la facciamo per pura passione…qualche acciacco,ciclicamente,salta fuori..

    1. Foia says:

      Si, hai ragione Andrea: probabilmente finirà così…
      Comunque – visto che dal mio articolo potrebbe trasparire una vena di rimpianto che non era nelle mie intenzioni – vorrei sottolineare una cosa: rivendico tutte le ca**ate che ho fatto, una per una.
      Fiero delle mie 8 maratone in 18 mesi 😀

  2. orzowei says:

    “In effetti, è inutile spremersi per ottenere un miglioramento di 5 minuti in maratona se questo vuol dire rischiare di rimanere fermo per mesi. E allora i miglioramenti e gli obiettivi a cui mirare dovrebbero cambiare: non più ripetute alla morte per velocizzarsi o allenamenti extra-lunghi per sviluppare il fondo, ma semplicemente puntare a mantenermi in salute e a divertirmi il più a lungo possibile, in altre parole… a durare come runner. Probabilmente dovrò cambiare il modo in cui misurare il successo (ma quale, poi?…): non più il cronometro, ma gli anni aggiunti alla carriera podistica”

    Per me questo ragionamento è durato per due mesi, marzo ed aprile scorsi.
    Ho ripreso a correre, ma adesso sto molto più attento ad ogni segnale critico che mi arriva dal mio corpo perchè non ho nessuna intenzione di smettere di correre, contro la mia volontà, per sopraggiunti impedimenti fisici.
    Se riesco a fare le dieci ripetute della tabella bene, altrimenti ci rido su e penso quanto brutti sono gli altri che a cinquant’anni non riescono nemmeno ad allacciarsi le scarpe.

    1. Foia says:
      Per me questo ragionamento è durato per due mesi, marzo ed aprile scorsi

      In questo, riconosco un concorso di colpa: l’avevi forse già deciso, ma la spinta finale a fare la mezza a Trieste forse te l’ho data io 😉

      1. orzowei says:

        Assolutamente no !! Mi sentivo solo di riprovare una distanza decente, dopo aver comunque messo in moto le gambe su brevi tratti.
        E quale migliore occasione di prova se non la Costiera chiusa al traffico ??

  3. zampa (runningforum) says:

    condivido pienamente quanto hai scritto ovvero che non si può giustificare il “sovraccarico” per fare il “tempone”; ma ritengo che un’allenamento volto ad aumentare la forza e dunque anche la velocità migliora la corsa e dunque una gara a velocità abbastanza sostenuta è meno traumatica di una gara fatta più lentamente (alla fine sei meno stanco ma più acciaccato).

    P.S. complimenti per il blog 🙂

    1. Foia says:

      Quello che dici é vero, anche se credo che non siano 15 o anche 30 minuti in meno a fare la differenza da un punto di vista delle conseguenze fisiche. Quello che incide veramente – soprattutto per i non giovanissimi – non sono le gare in se ma tutto quello che le precede, soprattutto nel caso della maratona che se preparata bene richiede parecchie centinaia di Km da mettere nelle gambe.
      Che non sempre gradiscono….

  4. Sarah13 says:

    Caro Foia,
    “l’infortunio, per i runner, non è un caso”.
    Queste sono state le parole che mi hanno aiutato di più dopo il mio infortunio di ormai un anno fa (ieri è stato il nostro primo anniversario!).
    Mi hanno aiutato perché vanno interpretate. Nel senso che non ti invita a cercare la causa del infortunio ma semplicemente ad accettare che purtroppo la corsa ti sottopone a degli stress che inevitabilmente portano ad un infortunio. Non ci puoi fare nulla. Se ti alleni con impegno e costanza, se ti fissi degli obiettivi (anche se modesti) prima o poi succede. E non succederà una volta, succederà diverse volte (perché appunto non è UN caso).
    Nel mio caso (:D), l’infortunio è una delle cose più belle che mi siano successe da quando ho iniziato a correre. Tralasciando che la mia vita personale adesso sarebbe completamente diversa, podisticamente parlando mi sono confrontata con una prova difficile ma io sono ancora qui aspettando con meno timore il mio prossimo “caso”.
    Coraggio, Foia… non hai idea di quante Maratone ti aspettino ancora! 😉

    1. Foia says:

      Grazie per le sagge parole, Sarah 🙂
      Vedo che hai tratto profitto da quello che ti scrissi al tempo del tuo infortunio:
      Ce qui ne tue pas nous rend plus fort

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