Apr 152012
 

FoiaMCM-SwimRieccomi, esattamente dove tutto aveva avuto inizio due anni fa: alla partenza della Milano City Marathon. Mi vengono alla mente molte differenze, ma anche alcune analogie con quel 11 Aprile 2010. La principale differenza sta nell’esperienza accumulata correndo otto maratone in questi due anni, e grazie alla quale mi presento al via consapevole delle mie capacità e dei miei limiti, ma soprattutto cosciente di cosa mi aspetta nei 42195 metri che mi separano dal traguardo. La somiglianza con la gara d’esordio è invece legata alle ginocchia: il destro nel 2010 (un problema alla bandelletta ileotibiale che aveva pesantemente influenzato la preparazione) e il sinistro quest’anno che – dopo il buon recupero dall’infortunio del novembre scorso – è tornato improvvisamente a farmi male sei giorni fa, generando seri dubbi sulla possibilità di concludere la gara. I maliziosi la definiscono ‘pretattica’ ma per me è paura vera, visto che questo tipo di problema non si risolve rallentando: quando arriva il dolore l’unica soluzione è fermarsi. Un vero peccato, visto che per questa gara mi sono preparato piuttosto bene, anche se a modo mio e senza seguire particolari tabelle.

Insomma, per me oggi è la classica situazione da “o la va o la spacca”: se il ginocchio regge, ci sono tutte le condizioni per una bella gara; altrimenti vado incontro al mio primo ritiro. Ed è con questo fantasma ad aleggiare sinistro sopra la mia testa che mi presento sulla griglia di partenza, già fradicio per la pioggia battente ma contento di aver incontrato tanti amici prima del via, ognuno con la sua storia, i suoi obiettivi, i suoi sogni e le sue paure. Non rimane troppo tempo per pensare: si parte!

MCM 2012 - Km7

Passaggio al Km7

L’estrema periferia milanese è più grigia del solito con questo clima, e per diversi chilometri non si vede nessuno sul percorso ad incitare il plotone dei runners inzuppati. Non importa: sapevo di non poter contare sul tifo e mi concentro sulla corsa, con i sensi tesi a cogliere eventuali segnali provenienti dal ginocchio. Di segnali non ne arrivano, e quindi aumento l’andatura che si assesta attorno ai 5’15”: una quindicina di secondi più veloce di quanto mi ero prefissato per ottenere l’obiettivo delle tre ore e cinquanta. Verso il decimo Km raggiungo l’amico Daniele che appena mi vede si preoccupa e dice “Ma cosa ci fai qui?”. Lo rassicuro: spiegandogli che non è lui ad andare piano, ma sono io che sto esagerando. Il vantaggio sulla tabella di marcia intanto aumenta Km dopo Km nonostante i frequenti cambi di direzione per evitare le pozzanghere più grosse. Si arriva alla zona del primo cambio staffetta, vicino a S. Siro. I pochi staffettisti già presenti cercano di ripararsi dalla pioggia come possono e – forse depressi dal clima – non hanno troppa voglia di incitarci. A parte uno: sotto vari strati protettivi e nonostante l’aspetto da profugo riesco a riconoscere il mio collega Davide che ricambia il saluto con un bel “Vai Foia!”.

La pioggia continua implacabile, ma ormai non fa molta differenza visto che sono bagnato al 110%. Per fortuna il vento rimane entro limiti accettabili e non mi da troppo fastidio. Al giro di boa della mezza maratona il cronometro segna 1h50’ il che significa che ho quattro minuti abbondanti di vantaggio sulla tabella di marcia che mi ero prefissato. Penso che anche tenendo conto di un probabile calo nella seconda metà, ho abbondante margine per centrare l’obiettivo; ma questo non è un buon motivo per rilassarsi e così continuo a spingere, visto che le gambe girano bene e il fiato non manca. La seconda zona di cambio della staffetta è molto più affollata della prima e gli staffettisti in attesa dei loro compagni sono semplicemente fantastici nel fare il tifo per noi maratoneti. La mia mano destra colpisce così tante altre mani tese che per qualche minuto riprende perfino la circolazione sanguigna nel braccio, che ormai si era fermata da tempo a causa del freddo.

All’imbocco di Corso Venezia (Km 24) vedo mia moglie tra il pubblico e mi fermo per darle un umidissimo bacio e ripartire più carico che mai. Ora mi aspetta la parte più bella del percorso: circa cinque km nel cuore della mia città, per un giorno liberata dal traffico e restituita ai suoi legittimi proprietari. Proprio sul più bello, in via Manzoni fa la sua comparsa un dolore al collo del piede sinistro: decido di fermarmi per allentare le stringhe ma scopro che sono già abbastanza larghe e che quindi il problema non viene dalle Kayano. Per fortuna le emozioni del passaggio in centro riescono a distrarmi da questo problema e continuo rallentando solo un poco. Già, il centro di Milano… Per anni sono stato (e sono tuttora) una delle tante comparse che animano ogni giorno questi luoghi, ed oggi è bellissimo essere qui in veste di protagonista. Il passaggio in piazza Duomo è come sempre emozionante e la folla che applaude nonostante la pioggia mette le ali ai piedi, o almeno così mi sembra.

MCM 2012 - Km 32

Passaggio al Km 32

Al Km 29 sento delle voci dietro di me farsi sempre più vicine. Penso che sia un po’ presto per le allucinazioni; poi mi giro e capisco che invece si tratta del plotone formatosi attorno ai pacers delle 3h45. Allora è proprio vero che avevo tutto quel vantaggio rispetto alle previsioni. Nel giro di un Km mi raggiungono e decido di lasciarli andare: la differenza di velocità non è molta ma ho paura che se cercassi di tenere il loro passo rischierei una brutta fine. E poi il dolore sta tornando a farsi sentire, anche se ora si è spostato sulla parte inferiore della tibia. Al ristoro del Km30 mi faccio il regalo della prima pausa, per vedere se camminando un po’ il dolore diminuisce. Riparto con un passo più tranquillo, sperando che questo riesca a preservarmi fino alla fine. L’ultimo cambio delle staffette (Km 34) è meno animato del precedente, o forse sono le mie condizioni a farmelo sembrare tale. Un saluto veloce al Capitano Scatenato che regge fiero la bandiera dei Podisti da Marte e via verso gli ultimi 10Km. “Cosa vuoi che siano 10 miseri chilometri” mi dico… In condizioni normali non sarebbero nulla; con le gambe doloranti, l’acqua che ormai penetra nelle ossa e le tristi strade quasi deserte, mi sembrano infiniti. Ora si tratta davvero di tirar fuori gli attributi e di non mollare.

Ripenso così agli allenamenti invernali che mi hanno portato a correre sotto e sopra la neve, anche con 10 gradi sotto zero, alle lunghe ore da solo lungo il Naviglio, all’odiato cross-training in piscina: non posso buttare alle ortiche tutta quella fatica per uno stronzissimo doloretto. La mente – come spesso mi accade in queste occasioni – si mette a fare frenetici calcoli e mi dice che se anche il mio passo dovesse scendere a 6’/Km dovrei comunque riuscire a centrare l’obiettivo. Il dolore al tibiale aumenta e mi costringe a camminare ormai quasi ad ogni Km. Paradossalmente è proprio il clima inclemente a mantenermi in moto: infatti ad ogni rallentamento sento il freddo stringermi le spalle fradice come una potente mano che vorrebbe strizzarmi; mi rendo conto che se dovessi rallentare troppo, l’artiglio del freddo finirebbe per stritolarmi e potrei ritrovarmi nella spiacevole condizione di non riuscire a ripartire. E quindi continuo a correre cercando di ignorare il male. Penso che non posso mollare proprio ora che ho a portata di mano il risultato che volevo: ormai siamo in Corso Sempione e mancano solo 3Km. Il calcolo dei 6’/Km non regge più: se voglio finire in 3h50’ devo mettermi a correre sul serio. E il dolore aumenta. Mentre massaggio inutilmente la gamba, per distrarmi mi dico  “Corso Sempione è interminabile: probabilmente hanno approfittato di qualche condono per allungarlo abusivamente“.  Penso a tutti gli amici che mi hanno sostenuto nella raccolta fondi per Emergency e mi dico che non devo, NON POSSO deluderli. Arriva il ristoro del quarantesimo: un sorso d’acqua, e mi concedo gli ultimi 30 metri al passo, promettendomi che poi corro fino alla fine.

Vicino all’Arena vedo il mezzo scopa che con l’ambulanza chiude la carovana e segue lentamente i maratoneti delle ultime posizioni: loro sono solo a metà gara e li aspetta un calvario che non riesco neanche ad immaginare: questi sono i veri eroi del giorno, altro che i Kenyoti. Accelero anche per allontanarmi l’immagine di quella sofferenza e mi ritrovo sotto il gonfiabile che segna l’ultimo chilometro. Cerco le energie residue per uno sprint finale e le trovo. La folla incita ma non la sento: vedo solo le loro bocche che gridano e le loro mani che applaudono, ma non sento nulla oltre al mio cuore e al mio respiro. Ormai è fatta: vedo il traguardo. Forse riesco addirittura a scendere sotto le tre ore e cinquanta ma ho cominciato troppo presto il mio sprint e non ce la faccio a tenere quell’andatura. Concludo con un Real Time di 3h50’10” che mi fa dimenticare il dolore, e con la pioggia sul viso che nasconde le mie lacrime.

Sono felice.

Comments

  1. insane says:

    Complimenti Foia! Mi hai raggiunto a nove e temo che tra poco mi staccherai.. 😉

    1. Foia says:

      Probabilmente succederà il 20 Maggio 😉

  2. marco says:

    gran bel racconto!!!!
    mi chiamo Marco ed ero uno di quegli ultimi maratoneti di cui parlavi !
    grazie per il complimento!
    anche io sono arrivato, tempo?infinito e gelido 5h 46.12!
    ORGOGLIOSO DI ESSERE ARRIVATO ALLA MIA PRIMA MARATONA!
    ci si vede i strada alla prossima!!

    1. Foia says:

      I complimenti te li meriti tutti, e fai benissimo ad essere orgoglioso perché ora sei un MARATONETA!!!!

  3. IgorB says:

    Gran bel racconto!
    E’ un iniezione di fiducia per me che sto meditando di iscrivermi alla mia prima maratona!

    Complimenti
    Igor alias Jenga

    1. Foia says:

      Intanto che mediti, potresti trarre ulteriore ispirazione leggendo la cronaca della mia prima maratona: http://run.foiaworld.info/2010/04/la-mia-prima-maratona/

      Buone corse 😉

  4. Marco C. says:

    Bravo Foia! Arrivare alla fine di una maratona da sempre una sensazione unica!! A presto e anche grazie per il gel 😉

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