Nov 252012
 

dont-stop-me-nowQuando in maratona arriva la crisi non c’é nulla da fare: devo fermarmi. O meglio, devo rallentare fino al punto da camminare per poi – si spera – ripartire. Dopo la maratona di Torino mi sono chiesto quante pause mi sono concesso durante questa gara, dove la crisi ha colpito duro. Ho allora analizzato il grafico del mio GPS e ne ho contate ben 15, incluse quelle in corrispondenza dei ristori (proprio non riesco a bere correndo). A quel punto mi é venuta la curiosità di capire quanto il numero delle soste incida sul tempo finale, e ho fatto lo stesso esercizio per tutte le maratone che ho corso. Ho raccolto i dati delle pause e li ho ordinati confrontandoli con i tempi finali.

Ne é venuto fuori questo grafico:

soste

 

A parte qualche eccezione (ad esempio Venezia dove nonostante solo 4 pause, il risultato non sia stato eccezionale, oppure Milano dove ho fatto il PB con ben 12 rallentamenti) sembrerebbe che la relazione tra numero di pause e tempo finale sia piuttosto diretta: più pause si fanno, più tempo ci si mette ad arrivare. Sembrerebbe un’ovvietà, ma non é un risultato così scontato. Infatti solitamente dopo una pausa al passo si riparte più forte di prima, e questo potrebbe condurre ad un risultato comunque positivo. E poi c’é chi attorno alle pause al passo ci ha costruito un metodo.

Il Metodo Galloway è stato elaborato da Jeff Galloway, maratoneta americano che ha corso all’Olimpiade di Monaco ’72. Il suo programma di allenamento dura 30 settimane e prevede tre allenamenti alla settimana: due per mantenere la condizione fisica e uno per migliorarla. In quest’ultimo vengono inseriti dei tratti di passo che permettono di controllare la fatica e di ridurre gli acciacchi, dando modo ogni volta ai muscoli impiegati nella corsa di riposare. Secondo la sua teoria, l’alternanza corsa-passo inoltre riduce sensibilmente i tempi di recupero degli allenamenti e consente di aumentare rapidamente la distanza massima senza sottoporre il fisico a un livello di stress eccessivo. Infine la presenza dei tratti di cammino rappresenta una notevole spinta psicologica perché permette di dividere in segmenti gestibili le distanze sempre più lunghe

Non so se Galloway abbia ragione o meno, ma i miei risultati sembrerebbero dimostrare il contrario. C’é anche da dire che le mie pause non sono mai state “scientifiche” nel senso che non erano pianificate secondo uno schema preciso, ma le ho semplicemente fatte quando ne avevo bisogno. Nel dubbio, per il momento continuo a cercare di gareggiare con meno pause possibile, lasciando il metodo Galloway come alternativa da utilizzare quando non riuscirò a correre in modo tradizionale.

Spero il più tardi possibile !!!

Comments

  1. insane says:

    Ci sarebbe da capire quali pause sono state decise da te,tipo per fare bene un ristoro,e quante pause sono state decise dalla tua condizione del momento,tipo non ce la faccio devo fermarmi..
    Nel primo caso possono essere anche utili,Pizzolato a NY vinse addirittura la maratona con qualche mini(mini) pausa,nel secondo caso non è giornata o qualche errore c’è stato.. In generale,soprattutto dopo un pò di maratone e quindi con un pò di esperienza accumulata,non bisogna andare troppo in là nella gara per intuire che giornata stiamo vivendo e,se capiamo che ci potrà essere da soffrire,forse meglio qualche mini pausa decisa con consapevolezza senza aspettare il muro.. 😉

    1. Foia says:

      Nel mio caso, le uniche pause intenzionali sono quelle dei ristori, mentre tutte le altre sono state involontarie e quindi non troppo positive.
      D’altra parte, senza quelle pause probabilmente non sarei arrivato in fondo….

  2. AndreaR says:

    secondo me la relazione che si puo’ leggere tratuoi dati e’ quella inversa a quella che propone galloway, anche perche’ come dici tu, le pause non le hai fatte in maniera scientifica.

    La relazione causa effetto probabilmente non e’ da leggersi nella direzione numero di pause -> tempo finale. E’ piu’ probabille che sia il tempo finale (che e’ a sua volta indicatore sintetico tanti elementi: lo stato di forma, la strategia di gara, le condizioni climatiche, gli imprevisti, ecc, ecc) ad essere indicatore del numero di pause che si sono rese necessarie.

    1. Foia says:

      Scusa Andrea, ma non sono sicuro di seguire la tua logica…
      Dire che la relazione causa-effetto deve cambiare direzione equivale ad affermare che il tempo finale alto determina ij numero di pause, il che non può essere vero.
      O forse mi sto perdendo qualcosa nel tuo ragionamento…

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