Mar 022014
 

treviso-marathonSe il buongiorno si vede dal mattino…

Il sole deve ancora sorgere, e la prima cosa che faccio appena sveglio è controllare le condizioni meteo. Ma prima ancora di aprire la finestra, il rumore continuo della pioggia mi fa capire che oggi non sarà una giornata facile. Cerco di essere ottimista pensando che ho già corso molte volte in condizioni avverse, ma qualcosa dentro di me  dice che il vero problema oggi non sarà la pioggia. E infatti nel giro di un’ora il diluvio – che continua implacabile dal giorno prima – si ridurrà ad una pioggerella leggera, stile “assuppaviddranu” per dirla con Camilleri.

Le consuete operazioni pre-gara si svolgono seguendo un copione ormai collaudato e all’insegna della massima tranquillità.  Un po’ perché ormai sono alla mia diciottesima maratona e ormai ci ho fatto l’abitudine; un po’ perché non ho alcuna aspettativa cronometrica per questa gara; ma soprattutto grazie alla presenza degli amici con cui sto condividendo questa esperienza, che hanno contribuito a renderla ancora più bella sia prima che dopo la gara.

Cena pre-gara

La cena pre-gara

Il momento dello start arriva inaspettato come un crampo. O come la fitta che mi ferma il respiro appena comincio ad incamminarmi verso la linea di partenza. Penso che sia un problema dovuto alla prolungata attesa fermo in piedi, e aggravato dall’assenza di riscaldamento: sono sicuro che se ne andrà dopo i primi passi di corsa. E invece non solo rimane, ma peggiora: quando comincio a correre è come se una lama bollente mi trafiggesse l’esterno del polpaccio. Dopo circa un chilometro penso seriamente all’ipotesi di ritirarmi poiché non è pensabile correrne altri 41 in queste condizioni. Per fortuna dopo il secondo Km, il misterioso dolore comincia a calare di intensità fino a scomparire del tutto. E ora posso godermi la corsa.

Certo che se il buongiorno si vede dal mattino…

Dopo l’inizio corso in compagnia dell’amico Giorgio – oggi al suo esordio – verso il quarto km devo fermarmi per una sosta fisiologica e lo perdo di vista definitivamente. Da quel momento in poi, la mia gara sarà all’insegna della solitudine ma la cosa non mi pesa, data l’abitudine a correre solo. L’attraversamento di Santa Lucia di Piave rivela la grande sorpresa di questa gara: il pubblico. Dopo dodici maratone corse in Italia, le mie aspettative erano piuttosto basse: mi sarei accontentato di incontrare qualche sparuto gruppo di spettatori che osservano muti lo sfilare dei runners con sguardi di compatimento. E invece, il passaggio da ogni paesino ci regala il caloroso sostegno di tante persone scese in strada nonostante il clima certamente non primaverile. I bambini poi sono fantastici con il loro entusiasmo e le manine protese per dare il cinque a questi pazzi in calzoncini.

I chilometri si susseguono con regolarità, e riesco a tenere un passo costante attorno ai 5’15”. So perfettamente che oggi non potrò reggerlo fino alla fine, ma decido di provarci finché dura, andando incontro all’ennesimo ‘positive split’. Dopo il decimo km, viene a trovarmi un ospite non invitato: il mal di schiena. Mi aspettavo che arrivasse, ma non così presto. E poi stavolta è diverso dal solito: a parte essersi spostato a sinistra (almeno lui…) mi sembra più profondo e penetrante; per il momento è sopportabile ma le premesse non sono per niente buone. Il passaggio sopra il Piave mi aiuta a non pensarci, e riesco ad arrivare a metà gara con un tempo sotto l’ora e 52’

Le mie condizioni sono tutto sommato accettabili, ma mi rendo conto che il dolore sta aumentando e con esso la rigidità muscolare nella parte posteriore delle cosce: continuando così, rischio di arrivare strisciando sui gomiti. Decido perciò di impostare una strategia per limitare i danni: da qui fino alla fine, mi fermerò ad ogni ristoro per fare esercizi di stretching in modo da scaricare la tensione accumulata nella zona lombare e poi ripartire. Speriamo che funzioni…

Proprio mentre mi allungo la schiena spingendo contro un albero al ristoro del Km25, mi sento chiamare: è l’amico Jakon fermo vicino ad un’ambulanza. Torno indietro per capire che succede e mi dice che ė «saltato» (battiti troppo alti) e ha deciso di ritirarsi. Che peccato: so quanto duramente si era preparato e oggi avrebbe meritato un gran tempo. E invece… Vorrei rincuorarlo e spingerlo a ripartire, ma mi metto nei suoi panni e capisco che ogni parola di incitamento sarebbe inutile oltre che probabilmente fastidiosa.

Alla ripartenza il vento diventa contrario e mi da fastidio: per fortuna ho i manicotti che in questi casi di clima variabile sono davvero utili. Continuo in solitaria con le mie pause pro-schiena. Durante una di queste, mentre sono piegato in due e tocco con le dita le punte delle scarpe uno dietro di me dice: “Complimenti! Se facessi io una cosa del genere, poi dovrebbero portarmi via col carro attrezzi” Invece a me fa bene, e ogni volta riparto con meno dolore e con un buon ritmo che mi consente di compensare in parte il tempo perso nella pausa.

treviso-sofferenzaDopo il ristoro del km30 la fatica si aggiunge al dolore: è arrivato il momento di tenere duro. Ad aiutarmi involontariamente negli ultimi 10km non sarà – come accaduto a Pisa – il Sergente Hartman, ma Simone: un runner con il quale condivido questi momenti difficili. Cerchiamo di sostenerci a vicenda, combattendo insieme i rispettivi fantasmi: la schiena per me, il crollo psicologico per lui. Mi chiede se può stare con me, spiegandomi che ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a non mollare “di testa” come gli ė capitato le altre volte. Investito di questa responsabilità cerco di darmi un contegno e nonostante il dolore lo accompagno verso il suo PB. Lo lascio andare al ristoro del quarantesimo – dove io mi fermo per un’ultima pausa – ormai quasi certo che ce la potrà fare, anche se dovesse camminare. Sono contento per lui.

E mentre percorro gli ultimi due durissimi km nel centro di Treviso, penso alla bellezza di questo sport: forse l’unico che consente di fare nuove amicizie che durano lo spazio di una gara, ma molto più profonde e sincere di tante altre. Probabilmente non rincontrerò mai più Simone, ma quei 10Km corsi insieme hanno stabilito fra noi un legame quasi fraterno che ricorderemo negli anni a venire.

Dopo la sofferenza finale a base di sampietrini scivolosi e curve a gomito, sulla linea del traguardo il cronometro segna una quindicina di secondi in meno rispetto all’obiettivo dichiarato delle 3h50’. Sono contento, soprattutto considerando le condizioni fisiche non ottimali. Ora però devo cominciare a pensare come risolvere questi problemi alla schiena che rischiano di condizionare pesantemente la mia annata podistica.

Certo che se il buongiorno si vede dal mattino…

Comments

  1. Andrea says:

    Francesco, nulla di nuovo… bellissimo racconto di una splendida gara, condotta con la bravura, il coraggio e la forza che ti contraddistinguono. Davvero bravissimo.
    Straordinaria la pillola di satira politico-podistica (il mal di schiena che si è spostato a sinistra… almeno lui…)
    E poi 18 Maratone… chapeau!

  2. Foia says:

    Grazie Andrea, troppo gentile come sempre.

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