Apr 062014
 

imbianchino-supermanChe strano…
Mi trovo nello straordinario scenario degli Champs-Élysées. L’Arc di Triomphe è alle mie spalle e un sole abbagliante fa risaltare in modo iper-realistico i colori dei quasi 50.000 runners presenti. Sono immerso in un’atmosfera resa vibrante dall’energia positiva tipica delle grandi occasioni, e tra poco si parte per una lunga galoppata nelle strade di una città piena di fascino. Eppure, c’è qualcosa che non quadra…

La cosa inspiegabile è che, nonostante queste ottime premesse, io non mi senta per niente emozionato. Da un certo punto di vista la cosa è quasi normale, considerato che ho ormai alle spalle diciotto maratone, e questa mia “maturità” porta inevitabilmente con se un po’ di disincanto. Poi bisogna anche aggiungere che a Parigi ci ho abitato per più di due anni (per non parlare degli anni di pendolarismo) e forse questo la rende ai miei occhi un luogo familiare e meno speciale di molti altri. Eppure questa mancanza di emozioni non mi convince, e un po’ mi preoccupa.

Per il momento preferisco non pensarci, e cerco di godermi il momento della partenza, che è inaspettatamente fluida nonostante il gran numero di partecipanti. Grazie alla leggera discesa riesco ad apprezzare meglio il colpo d’occhio dell’imponente marea umana che sta dilagando negli Champs-Élysées. A svegliarmi definitivamente dai miei pensieri, ci penserà mia moglie che mi urla il suo incitamento a Place de la Concorde: davvero non so come abbia fatto a scorgermi in mezzo a tutta quella gente, ma mi fa molto piacere il suo tifo inaspettato.

Paris StartGrazie alla partenza scaglionata, riesco ad impostare fin da subito un buon ritmo e mi assesto attorno ai 5’15”/Km. Mi rendo conto che si tratta di un passo troppo ambizioso viste le mie condizioni attuali, ma so anche che prima o poi dovrò rallentare a causa dei soliti problemi lombari e quindi preferisco accumulare un po’ di vantaggio finché sto bene. Faccio la conoscenza di Silvestro, un simpatico siciliano che abita a Roma, e corriamo insieme per tre o quattro km scambiando piacevoli chiacchiere fino all’ingresso nel Bois de Vincennes dove lo perdo di vista.

Il caldo comincia a farsi sentire e approfitto del ristoro al Km. 10 per bere abbondantemente e per bagnarmi la testa. Fortunatamente, ho l’abitudine di rallentare mentre bevo (altrimenti rischio l’auto-waterboarding) e questo mi ha salvato da una probabilissima caduta dovuta al fondo pericoloso. Mario Kart BananaInfatti, a differenza di Berlino – dove l’insidia a sorpresa era stata il “Chilometro Appiccicoso” – qui a Parigi il pericolo è rappresentato dalle bucce di banana che ricoprono il percorso in corrispondenza dei ristori (questo del decimo km. in particolare). Le bucce sono così tante che sembra di essere nel bel mezzo di un livello di Mario Kart. Superare indenne l’area ristoro richiede una certa maestria, e dopo aver ripreso il mio ritmo rimango comunque in guardia stando molto attento ad eventuali altri ostacoli imprevisti, tipo funghi velenosi o gusci di tartaruga.

Nonostante il caldo, il ritmo è sempre sostenuto. Al rientro in città dopo il Bois de Vincennes, il tifo si fa sentire in modo quasi “fisico” data la vicinanza e l’abbondanza del pubblico. Se a questo si aggiunge la leggera prevalenza di tratti in discesa, si spiega come in questo tratto abbia fatto i miei 5Km più veloci (dal quindicesimo al ventesimo, in 25’50”). Passo alla mezza maratona in 1h52’ che – nell’improbabile ipotesi di mantenere un passo costante – mi proietterebbe ai margini della zona PB.

Si attraversa per la seconda volta la parte centrale della città ma stavolta costeggiando la Senna. Il sostegno del pubblico è sempre presente e davvero trascinante. Per lunghi tratti ignoro la traiettoria ideale segnata dalla linea blu, e vado a cercare il cinque dei bambini ai lati del percorso. Anche l’intrattenimento musicale non lascia tregua, con una miriade di gruppi musicali che accompagna le nostre fatiche: si va dal gruppo di samba, ai suonatori di corno in uniforme da caccia alla volpe (almeno credo), dal coro delle infermiere di non so quale ospedale, ai suonatori di Taiko.

To HellTutto va nel migliore dei modi fino al ventiseiesimo. Poi – quasi senza preavviso – si entra in una nuova dimensione. La strada scende e viene inghiottita dall’oscurità di un sottopassaggio. All’inizio è simpatico sentire il rimbombo dei nostri passi amplificato dall’acustica ruvida del tunnel. E’ carina anche l’idea del tratto allestito con luci da discoteca, raggi laser e musica tecno a tutto volume che bombardano i sensi. Ma il divertimento ha vita breve: il tunnel sembra non finire mai e l’aria comincia a scarseggiare. Non so se si tratti di un brutto scherzo giocato dalla mente (che io sappia non soffro di claustrofobia) ma la sensazione è davvero quella di soffocare per mancanza d’aria. Finalmente – dopo circa un Km – si riemerge, ma le gambe fanno una gran fatica a percorrere la lunga rampa in salita. Faccio appena in tempo a riprendermi grazie all’aria fresca, che la scena si ripete con un altro sottopassaggio. E poi un altro, e un altro ancora… alla fine saranno quattro o cinque (ho perso il conto) non lunghi e soffocanti come il primo ma sufficientemente duri a darmi una mazzata dalla quale non mi riprenderò del tutto.

Una volta riemerso definitivamente dagli inferi, al ristoro del ventinovesimo Km mi concedo la prima vera pausa, bevendo e camminando con calma. Sono così provato che non riesco a godermi lo scenario della Tour Eiffell. Brutto segno… Provo a convincermi che va tutto bene, forte del fatto che la schiena – ormai giunti a tre quarti di gara – si stia limitando a darmi solo un po’ di fastidio risparmiandomi i dolori provati a Treviso. Ma ecco che – forse per compensare l’assenza del mal di schiena – arriva un’inedita fitta al fianco sinistro, così intensa da togliermi il fiato e costringermi a rallentare più volte. Per completare il quadro già poco roseo, siamo ormai entrati nel Bois de Boulogne e in questo grande parco il sostegno del pubblico viene quasi totalmente a mancare, lasciandoci soli nel tratto più difficile della gara. Cerco di appigliarmi alle risorse mentali che in altre occasioni mi sono venute in soccorso, ma questa volta sento che è diverso. Se ci fosse ancora bisogno di conferme che oggi non è la giornata giusta, arriva il segnale definitivo: un giramento di testa seguito da alcuni secondi di ‘buio’ mi obbliga ad un lungo tratto di cammino lento, pronto a mettermi in posizione di Trendelenburg nel caso ce ne fosse bisogno. Non è certo il caso di fare gli eroi…

melting timeMentre cammino e vengo superato da centinaia di runners, con un salto temporale degno del miglior Gabriel Garcia Marquez la mia mente torna a sette anni fa. E’ stato proprio in un parco non lontano da qui (nel “Domaine National” di Saint-Germain-en-Laye) il luogo dove ho mosso i miei primi timidissimi passi da runner. Venivo da 42 anni (quarantadue: non un numero qualsiasi) di sedentarietà integralista, e ricordo come fosse ora la fatica e la sofferenza provate nell’alternare per tre volte un minuto di corsa e tre minuti di cammino. Anche ora sto alternando la corsa al passo, con la differenza che oggi non me lo prescrive una tabella, bensì lo impongono le mie precarie condizioni fisiche. Mi chiedo se davvero sia del tutto onesto definire “divertimento” questa sofferenza. Arrivo perfino a mettere in dubbio che la corsa sia lo sport giusto per me, quasi come se questo corto-circuito temporale stesse ad indicare la fine di un ciclo nel punto esatto dove tutto era cominciato. Ci si potrebbe scrivere un libro, e mi sembra di vedere le parole dell’incipit: “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buenfoia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui mise per la prima volta le Asics ai piedi

Tra pensieri negativi e allucinazioni letterarie, arranco negli ultimi chilometri con l’unico obiettivo di tagliare il traguardo in meno di quattro ore. In situazioni simili, mi è sempre stata di grande aiuto la tecnica psicologica della “visualizzazione”: la dettagliata rappresentazione mentale del momento in cui taglio il traguardo con le braccia alzate, oppure la visione della medaglia al collo hanno sempre funzionato come antidoti per scacciare i pensieri demoralizzanti e aiutarmi a superare i momenti di crisi. Stavolta – nonostante mi sforzi di evocare immagini vittoriose – la mente è sopraffatta dalla visione paradisiaca di una doccia calda e di un comodo letto.

Fortunatamente, nell’ultimo chilometro torna la presenza del pubblico con un incitamento che si fa sentire sempre più intenso fino al momento del traguardo, che taglio in 3h55’38”. Mi mettono al collo la medaglia, è bellissima ma non sono contento come le altre volte. Mentre mi dirigo verso la vera ricompensa del giorno (doccia calda e letto) mi chiedo a cosa sia dovuta questa mancanza di entusiasmo. Forse è solo una forma di “burnout podistico” dovuta alle 19 maratone corse in 4 anni (in media, fa una ogni due mesi e mezzo). Forse si tratta di un tipico caso di “crisi del settimo anno”. Oppure – e lo spero davvero – molto più semplicemente si tratta solo di una giornata storta.

Avrò tempo per pensarci a mente fredda…. mentre correrò la mia prima ultra-maratona, fra tre settimane.

Comments

  1. leonardo says:

    aureliano buenfoia…
    è stata dura…
    ciao!

  2. Kostia says:

    L’importante è che non smetti di farne… Perché una insieme a te la voglio correre!

    1. Foia says:

      Allora è meglio sbrigarsi, perché tra non molto i tuoi tempi saranno molto migliori dei miei e chi ti piglia più…

  3. Andrea says:

    Francesco, ancora una volta un bellissimo racconto e una Maratona condotta e portata a termine da grandissimo atleta; sì, perché è proprio nelle giornate storte che emergono i grandi atleti. La citazione del mitico “Gabo”, poi… un’autentica prelibatezza letteraria.
    Un carissimo saluto ed un caloroso in bocca al lupo per l’ultra, l’ennesima perla del colonnello Aureliano Buenfoia!

    1. Foia says:

      Grazie per i complimenti, Andrea.
      Accetto molto volentieri quelli per il racconto, ma non quelli per la gara visto che non mi sento di meritarli.
      Te li rigiro per la tua ennesima grande prestazione a Milano.

  4. insane says:

    Io dico che sei stato bravo a finire sotto le 4h vista la situazione,hai mollato solo un pochino non del tutto..
    Ultimamente mi è capitato spesso di non riprodurre almeno l’allenamento in gara e ho perso un pò di fiducia,sono sempre state gare un pò calde la cosa inizia a condizionarmi parecchio,in previsione Berlino c’è poco da star sereni..
    Sicuramente è venuto a meno anche l’entusiasmo iniziale,forse perchè iniziamo a dare il tutto un pò per scontato,quasi fosse facile finire una maratona..
    Le prime volte ai primi km pensavo da quanto tempo aspettavo quel momento,adesso mi girano in testa brutti pensieri sulla fatica che mi aspetta.. per fortuna non è venuta meno la voglia di continuare a provarci,di rincorrere la maratona chiusa bene,non necessariamente veloce,ma bene..
    Chiudo rinnovando i complimenti per la 19esima,mi sono buttato nel sorteggio 2015,peccato che siamo poco coordinati ma torneremo a correre la stessa maratona.. 😉

    1. Foia says:

      Hai ragione, Andrea: tendiamo a dare per scontato che finire una maratona sia una cosa normale, ma non é così…
      Penso che sia nella natura umana (e soprattutto in quella dei runners) questa tendenza a non accontentarsi mai.
      Prima di iscrivermi alla prossima ti contatto: magari stavolta riusciamo a coordinarci 🙂

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