Oct 122014
 

 

Bank_of_America_Chicago_Marathon_Logo.svgLa mia avventura in terra Americana non comincia nel migliore dei modi. A causa delle cattive condizioni meteo sui cieli di Londra, della coincidenza troppo stretta, e di altre congiunzioni astrali sfavorevoli (leggasi “sfiga”), il mio viaggio a Chicago dura ben 26 ore. Ventisei… come le miglia di una maratona, ma molto meno divertente.

All’arrivo, mi accoglie una città inondata di luce e dal clima pungente. La tentazione di mettersi a letto è grande, ma – dopo aver lasciato i bagagli in albergo ed aver fatto conoscenza col mio compagno di stanza – prendo la saggia decisione di uscire subito a farmi una corsetta, che riuscirà in qualche modo a resettare il mio organismo stordito da un micidiale mix di stanchezza, jet-lag e deprivazione del sonno. Correre è sempre un modo piacevole per scoprire una città nuova, e lo è ancora di più incrociando tantissimi componenti della “tribù” di cui faccio parte, che sono arrivati da ogni parte del mondo per partecipare alla gara. Dopo una doccia veloce, mi dirigo alla volta dell’Expo utilizzando i tradizionali School Bus gialli messi a disposizione dall’organizzazione. Mi sembra di essere Bart Simpson mentre va a scuola, e per un attimo credo di vedere Otto alla guida, ma è solo un’allucinazione da jet-lag. Le formalità di ritiro pettorale si svolgono in modo rapido ed efficiente, anche se bisogna dire che è ancora Venerdì pomeriggio e il grosso dei partecipanti arriverà domani. L’Expo in se mi ha un po’ deluso sia per le dimensioni (circa un terzo di quello berlinese, mentre mi aspettavo qualcosa di almeno altrettanto grande) che per i prezzi, nel senso che non ho trovato offerte particolarmente interessanti. Ma non è questo ciò che conta davvero in una maratona. Almeno per me…

Dopo un Sabato di turismo spaccagambe, ed un carbo-load da urlo (nel senso che avrei voluto urlare allo pseudo-cuoco di cambiare mestiere) vado a letto molto presto, in previsione della levataccia che mi aspetta. Già, perché da queste parti sono piuttosto mattinieri e la partenza della prima wave è prevista per le 7:30. Quando esco dall’albergo con gli altri compagni d’avventura è ancora buio, ci sono circa sette gradi e tira un vento fastidioso. Oltre al nostro, ci sono altri gruppi di profughi-runners che da varie parti della città stanno confluendo al Millenium Park: sembriamo tanti animali migratori che – guidati solo dall’istinto – sanno benissimo dove andare anche se sprovvisti di GoogleMaps. L’accesso alla vasta area di partenza/arrivo è consentito ai soli partecipanti, che vengono controllati al metal detector. No GunsD’altra parte, cosa ci si poteva aspettare in un paese dove all’ingresso di molti locali pubblici campeggia un bel cartello “vietato entrare armati”? Consegno la mia sacca, e mi metto in coda per il bagno mentre il sole sorge dal lago Michigan colorando la scena di rosso. Mi è sempre piaciuto vedere le città svegliarsi, e lo spettacolo di questa mattina è davvero notevole. Nonostante i bagni chimici siano centinaia, le code sono molto lunghe e comincio a preoccuparmi di non arrivare in tempo alla partenza. Una cantante intona l’inno americano proprio mentre faccio pipì: spero che non mi arrestino per oltraggio alla bandiera.

Entro in griglia circa 15 minuti prima del via, giusto in tempo per assaporare gli intensi momenti di attesa che precedono lo sparo. Attorno a me, sui volti dei runners trovo le tipiche espressioni da animale in gabbia e leggo un mix di aspettative, paure, consapevolezza della propria forza e dei propri limiti, il tutto condito dall’impegno e dai sacrifici fatti per arrivare preparati a questo appuntamento. Mi chiedo cosa leggano gli altri sul mio viso… Dentro di me sento un giusto equilibrio di serenità e tensione positiva: sono ben preparato, sto bene, sono contento di essere qui ed ho una gran voglia di partire e di tornare a flirtare con Lady Maratona dopo un periodo di crisi che ha visto i nostri rapporti diventare via via più freddi.

E così, mentre dagli speaker i Rolling Stones ci bombardano con “Start me up“, le gambe si mettono in moto per affrontare la mia ventesima maratona. Oltre a quello di divertirmi, oggi ho due obiettivi cronometrici: migliorare il mio personale di Pisa che ormai resiste da quasi un anno, e attaccare la barriera delle tre ore e quaranta minuti. Il primo credo che sia alla mia portata, il secondo è forse un azzardo. Cercherò di tenere un passo iniziale di 5’15″/Km per poi accelerare dopo i primi 10Km e vediamo dove si arriva. A disturbare la mia strategia, subito due imprevisti: una sosta pipì già al secondo km (mi chiedo da dove provenga, visto che l’ho fatta non più di mezz’ora fa) e la perdita del segnale GPS a causa di un lungo sottopassaggio seguito da una zona di grattacieli. In realtà, i problemi col GPS erano stati messi in preventivo: conoscendo le caratteristiche del percorso, per questa gara mi sono dotato di un Footpod, che – in caso di black-out – integra i dati dei satelliti con il sensore posto sulla scarpa riuscendo così a dare informazioni sufficientemente accurate. Peccato che alla prova pratica, questa soluzione non abbia dato i risultati sperati. Conseguenza: mi ritrovo da subito a correre “al buio” con l’aggravante delle segnalazioni in miglia invece che in Km. Pazienza… vorrà dire che correrò a sensazione, sperando di non scostarmi troppo dal ritmo previsto. Ma è una parola: tenere un ritmo controllato è praticamente impossibile a causa del numerosissimo pubblico che fa un tifo infernale e mi manda fuori giri. Sono ovunque, molto vocali ed instancabili. Quando leggo il cartello “You are all heroes” penso che i veri eroi siano loro, sui marciapiedi al freddo la domenica mattina prima delle 8 a sgolarsi per noi. Evito di fare paragoni con le gare nostrane per non deprimermi…

Al passaggio del decimo Km sembra che il GPS abbia magicamente superato il lungo momento di crisi e si sia riallineato con la realtà. Vengo così a sapere che la media tenuta fino a questo momento (5’09”) é più veloce di quella preventivata. So benissimo che in maratona i secondi guadagnati all’inizio sono minuti persi alla fine, ma non riesco proprio a rallentare. Anzi, il tratto attorno al quindicesimo km è quello dove forse il pubblico è più scatenato e aumento ancora il ritmo. Mi diverto a leggere i loro cartelli, tra cui spiccano quelli a sfondo fisiologico (“Smile if you peed a little“, oppure “Run now, poo later“) quelli motivazionali (“You are inspiring us“) quelli stagionali (“Zombies, love slow runners” in tema Halloween) le bugie pietose (“You feel crap, but you are looking good“, oppure “For us you are all Kenyans“) i confronti con altri sport (“Runners have balls. Others just play with them“) ed il sempreverde “Chuck Norris never ran a marathon

Attorno al ventesimo Km si passa vicino al mio albergo, ma stranamente non ho la tentazione di salire in camera per una doccia: il divertimento è di gran lunga superiore alla stanchezza, almeno per ora. Peccato che si torni in un’area densa di alti edifici ed il GPS ricominci a dare valori sballati, accumulando un gap che rimarrà fino al termine e renderà complicata ogni proiezione. Passo a metà gara in 1h49’06” con un piccolo vantaggio sull’obiettivo delle 3h40′.

volunteerSebbene gli organizzatori lo definiscano un “flat course”, il tracciato non è completamente immune da saliscendi: nulla di drammatico per carità, ma i numerosi ponti e cavalcavia alla lunga cominciano a disturbare. Probabilmente è a causa loro se il mio solito fastidio alla schiena si manifesta già a metà gara; per fortuna non è troppo intenso e riesco a gestirlo, continuando a tenere un passo piuttosto brillante. Il clima oggi è molto secco, e quindi mi impongo di bere ad ogni “aid-station” per evitare problemi di idratazione. Il numero dei volontari è impressionante: ho letto che siano 12.000 in totale. Solo ai ristori (20 sul percorso) ce ne sono un centinaio per ogni lato della strada, tutti col braccio proteso ad offrire da bere, e instancabili nell’incitare i partecipanti.

Il passaggio attraverso Little Italy é un po’ deludente: non ci sono bandiere e la vista della mia canotta nazionale non suscita il tifo che mi sarei aspettato in questa parte del percorso. Forse sono tutti impegnati a prepararsi per la parata del Columbus Day il giorno seguente. Il pubblico comunque non manca e si sta entrando nella parte in cui c’è più bisogno del suo sostegno. mini-crisiInfatti, verso il km 27 il mio ritmo comincia a calare: non si tratta del temuto muro, ma è quasi come se il motore andasse a tre cilindri, il che mi fa venire in mente la scena dei Blues Brothers inseguiti dai nazisti dell’Illinois:

Elwood: Oh, no!
Jake: Che cos’è? La nebbia?
Elwood: No, è il motore. È partito un pistone.
Jake: Poi torna?
Elwood: No.

Invece dopo un po’ il mio pistone torna, anche se da questo punto in poi dovrò stare molto attento a dosare le forze se non voglio correre il rischio di scoppiare. La fatica si fa sentire e la tentazione di fermarsi a camminare è sempre più frequente ed insinuante. La assecondo facendo delle micro-soste ai ristori che mi permettono di bere nel modo migliore e di ripartire con un buon passo. Ormai siamo negli ultimi 10Km ed è il momento di affrontare la parte più dura. Con il GPS sballato è molto difficile capire se sono allineato con la tabella di marcia prevista: secondo i miei calcoli dovrei avere abbastanza margine per garantirmi il personal best, ma non so se l’obiettivo delle 3h40′ è alla mia portata. Continuo quindi ad un ritmo che mi sembra adeguato, sperando che le mie impressioni siano corrette.

Entro finalmente in Michigan Avenue, che si stende davanti a me con il suo rettilineo infinito: l’arrivo è laggiù in fondo, tra circa 4km. Sto piuttosto bene, ed il morale è alto: decido così di dare tutto quello che mi resta, e di spingere alla ricerca dell’obiettivo più ambizioso. La densità ed il supporto del pubblico aumentano ancora, aiutandomi a dare il massimo. finishLa skyline di Chicago è sempre più vicina. Vedo il cartello dell’ultimo km e mi rendo conto che mi basta correrlo a 5’15” per raggiungere le 3h40: ce la posso fare. Mancano solo 500m e le ultime due curve. Affronto la prima, ed ecco che il peggiore dei miei incubi si materializza: davanti a me un ultimo lungo e ripido cavalcavia che gli organizzatori hanno sadicamente deciso di mettere proprio qui. La salita mi stronca le gambe ma non il morale: dopo averla lentamente superata e aver imboccato il rettilineo finale, cerco di spingere più che posso negli ultimi metri. Taglio il traguardo urlando di gioia e quando leggo sul GPS che ho mancato il mio obiettivo per soli otto secondi la felicità non mi abbandona. So di aver dato il massimo e – cosa ancora più importante – mi sono divertito, riconciliandomi con questa magica distanza.

Il nome di Chicago trae le sue origini dalla parola indiana “shikaakwa” che significa “luogo che puzza di cipolla“. Ma non penso che sia a causa dell’odore di cipolle se ho gli occhi umidi. Non mi era mai capitato di commuovermi alla fine di una gara, questa volta invece l’emozione ha avuto la meglio. Lo interpreto come un segnale che la “crisi del settimo anno” è finita e che la mia love story con Lady42 ha ancora molto da regalarmi.

Comments

  1. Andrea says:

    La tua commozione, Francesco, attanaglia anche chiunque legga questo tuo emozionante e meraviglioso racconto…
    Grandissima Maratona, gara condotta in modo fantastico e personale meritatissimo!
    20 Maratone con questi risultati e questo entusiasmo travolgente le portano a casa soltanto Atleti formidabili.
    Complimenti di tutto cuore!

    1. Foia says:

      Grazie.
      Gentilissimo come sempre, Andrea.

  2. insane says:

    Complimenti Foia!
    Quante ore avevi di scalo?
    Considerando il fuso,il viaggio pesante e il fatto che hai corso con pochi riferimenti,hai portato a casa un’ottima prestazione..Bravissimo!
    Queste maratone negli states sono sempre delle belle esperienze.. 😉

    1. Foia says:

      A Heathrow avevo solo un’ora e mezza. Decisamente troppo poco….
      La prossima volta che correrò negli states cercherò di farlo in una città che abbia il volo diretto da Milano 😉

  3. Mad says:

    Bel racconto, come sempre.
    Sono contento di questa tua riconciliazione, avevo paura di vederti in veste di triatleta a breve, invece stai meglio con gli svolazzini 😉

  4. Mad says:

    Bel racconto, come sempre.
    Sono contento di questa tua riconciliazione, avevo paura di vederti in veste di triatleta a breve, invece stai meglio con gli svolazzini 😉

    1. Foia says:

      Ma sai che belle foto farei con il giubbottino salvagente? 🙂

  5. Cek says:

    Complimenti per la prestazione, Chicago è speciale e tagliare quel traguardo penso che non possa mai lasciare indifferenti. Io ho ancora vividi tutti i ricordi della mia partecipazione nel 2013!

    1. Foia says:

      Grazie Cek.
      Hai ragione: e’ davvero speciale!

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