Mar 152015
 

Barcelona-MarathonSono stati scritti fiumi di inchiostro attorno al famoso motto:

L’importante non è vincere, ma partecipare

anche se pochi sanno che il vero autore non è il barone di Coubertin ma Ethelbert Talbot, un vescovo della Pennsylvania che pronunciò queste parole durante le Olimpiadi del 1908. Da allora, generazioni di sportivi si sono confrontate discutendo accesamente attorno alla validità di queste parole e a ciò che esse simboleggiano. Non so chi abbia ragione ma oggi a Barcellona ho avuto la dimostrazione che certe volte arrivare in fondo (“partecipare”) può dare più soddisfazione di fare il proprio record personale (“vincere”)

Eh si, perché questa volta ho davvero rischiato di non presentarmi nemmeno alla partenza. Già da Venerdì pomeriggio non sto molto bene e – in un crescendo rossiniano di tumulti gastro-intestinali – vado a letto senza cena e con brividi di freddo. L’indomani, invece di partecipare alla Breakfast Run (sgambata goliardica che ripercorre gli ultimi 4,195km della maratona olimpica 1992) e di fare il turista con mia moglie, rimango nell’appartamento cercando di consolarmi al pensiero che là fuori c’è un tempo da lupi, con pioggia, vento e solo 5 gradi. E cosi – facendo la spola tra letto, divano e WC e rimuginando sull’ingrato destino che mi vuole k.o. prima di una gara importante dopo quasi tre anni passati senza nemmeno un raffreddore – trascorro la giornata della vigilia, che concludo affidandomi a Sant’Imodium (ognuno ha i santi che si merita)

La mattina della gara le cose sembrano essere migliorate, sia dal punto di vista meteo (un po’ freschino e ventoso, ma almeno non piove) che per quanto riguarda le lotte intestine. Mi rimane addosso una fiacca generale che non può – non deve!! – essere una scusa per rinunciare. D’altra parte, sono venuto fin qui per correre e non sarei in grado di sopportare il rimpianto di un ritiro senza nemmeno averci provato. Quindi è deciso: VAMOS!!! Miki non mi sembra preoccupata per questa mia decisione: sa che ormai ho una certa esperienza, e che sarò abbastanza assennato – e coraggioso – da decidere per il ritiro se le mie condizioni fisiche lo richiedessero.

Nel breve tragitto che dall’appartamento mi porta alla zona di partenza, sento che qualcosa sta lentamente cambiando dentro di me: le gambe si fanno più salde, la foschia che mi offusca i pensieri si dirada, e la voglia di correre aumenta passo dopo passo. Mentre sono in fila alla consegna borse, la trasformazione è ormai completa: dal moribondo che ero fino a poche ore fa, eccomi qui pronto a lottare contro la strada e contro me stesso, novello Clark Kent ma senza cabina telefonica.

Giusto il tempo di far pipì, e di ascoltare la solita playlist “Tamarrate pre-gara” che ci viene propinata per intero dagli organizzatori, e arriva il primo sparo. Ce ne saranno sei in totale, uno per griglia in modo da diluire il flusso dei quasi 20.000 partecipanti. Quando passo sotto l’arco della partenza, il cronometro ufficiale segna già quasi otto minuti di gara e non posso fare a meno di pensare che i primi là davanti hanno già macinato quasi tre Km. Ma oggi la velocità non deve in alcun modo condizionare la mia prestazione, o meglio: devo controllarla in modo da dosare le esigue forze nel migliore dei modi. E così faccio, o almeno ci provo, visto che non è semplice a causa dell’altimetria piuttosto movimentata. È molto difficile contenersi nel lungo tratto in discesa che comincia imboccando il “Diagonal” e in particolare è praticamente impossibile andare piano nelle vicinanze di Plaza d’Espanya dove abbiamo un primo assaggio del tifo catalano. Non posso fare a meno di pensare “Se ci fosse stato anche solo un decimo di questo sostegno tre settimane fa a Salsomaggiore…

Quando la strada torna a salire soffro parecchio, e non riesco a godermi il passaggio di fronte alla Pedrera, mentre Casa Batlló me la sono proprio persa. Così non va bene: siamo solo al km15 e sono già in affanno. Scaccio dalla testa alcuni brutti pensieri che transitano come uno stormo di corvi, e cambio approccio grazie al Garmin: addio alla solita schermata con tempo, passo e distanza; benvenuta alla pagina cardio, che col suo grafico mi accompagnerà fino alla fine consentendomi di tenere sotto controllo l’unico parametro che oggi conta davvero: la frequenza cardiaca.

L’approccio più rilassato mi consente di assaporare fino in fondo le bellezze di questa città e le emozioni regalate dalla sua gente in festa. Perfino un tratto relativamente difficile come quello che comincia al km18 (2km da fare nei due sensi, con i primi 2 in salita) va via tranquillo e non lascia conseguenze. Ormai siamo oltre metà gara, le gambe sono a posto, sto abbastanza bene e il cardio è sotto controllo: di fronte a tutti questi segnali positivi, anche il più pessimista potrebbe ricredersi e convincersi che ce la posso fare.

Al km25 mi concedo la prima breve pausa al passo, per bere con tranquillità e rifiatare un attimo prima di affrontare il lungo rettilineo del Diagonal (2.5km un po’ noiosi da fare nei due sensi). Da questo punto in poi, non perderò nessuna occasione e camminerò per qualche decina di metri a ogni ristoro sempre nell’ottica “oggi l’importante è arrivare in fondo”. Dopo il tratto lungomare (peccato che non si veda, anche se ne percepisco il profumo) si devia ancora verso il centro in direzione del Parc de la Ciutadella, dell’Arc de Triomf e di Plaça de Catalunya. È proprio in questo tratto che il pubblico Catalano da il meglio di sé: una folla scalmanata che incita e grida il nome dei partecipanti per trascinarli quasi di peso negli ultimi chilometri. Non c’è crisi che tenga: per quanto le energie siano ormai ridotte al livello di guardia, la forza trascinante del tifo riesce a rianimare anche il più provato dei runners. É un po’ come se avesse luogo una taumaturgica trasfusione di energia dalla voce e dai sorrisi del pubblico direttamente nei muscoli e nei polmoni dei maratoneti. Mi sembra quasi di sentire il dr. Frederick Frankenstein che grida “Dagli vita, dagli vita alla mia creatura!!

Dopo questa ubriacatura da tifo, si torna brevemente lungomare prima di avvistare la statua di Colombo che indica la direzione sbagliata: l’arrivo (come l’America) non è verso il mare ma bisogna imboccare l’Avinguda del Parallel, e affrontare gli ultimi 2Km di salita finale. La pendenza e la visione deprimente di parecchi ‘zombie’ attorno a me non possono fare nulla contro la forza che deriva dalla consapevolezza di avercela ormai fatta in una giornata particolare come oggi. Ed è ancora più bello affrontare il tratto finale senza pensare al cronometro, dando il cinque a los niños fregandosene se questo significa allungare il percorso, e godendosi la bellissima sensazione di una medaglia che si sta per materializzare nonostante tutte le avversità. Corro gli ultimi metri a pugni chiusi e quasi in trance, risvegliato dallo speaker ufficiale che grida “Francescooo, Italiaaaa!” mentre taglio il traguardo della mia ventiduesima maratona. Una delle più belle, anche senza PB.

Grazie Barcellona!

Nota finale per chi non può fare a meno dei numeri:
Tempo finale 3h49’56 – Passo medio 5’27″/Km – FC media: 146bpm

Comments

  1. Andrea says:

    Incredibile, Francesco… i tuoi racconti riescono sempre ad emozionarmi! Anche questa volta hai fatto vivere con parole ispiratissime la tua straordinaria impresa, da grande, grandissimo Atleta. Ancora una volta, complimenti!

    1. Foia says:

      Grazie Andrea, gentilissimo come sempre.
      Piuttosto che snocciolare una serie di numeri (che non interessano a me, figurarsi agli altri…) nei miei racconti cerco sempre di trasmettere le emozioni e condividere i pensieri che mi passano per la testa mentre corro.

      Sono molto contento quando questa cosa mi riesce 😉

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