May 172015
 

KHM LogoSullo Shinkansen che ci fionda a destinazione ci sono solo posti in piedi a causa della concomitanza della gara e del Gokaicho, una celebrazione che si tiene ogni sette anni al tempio Zenkoji di Nagano e che attira da queste parti moltissima gente. Nel treno affollato comincio a notare i primi runners. Non c’è nulla da fare: in qualsiasi parte del mondo ci si trovi, sono (siamo) inconfondibili: stesso abbigliamento, stessi gesti, stessi atteggiamenti, stesse frasi, stessi alibi pre-gara.

Nel mio caso, questa volta non si tratta di alibi, né dei soliti disturbi psico-somatici della vigilia: il dolore all’inguine che mi accompagna da ormai due settimane è poco psico e molto somatico. Non so di cosa si tratti con precisione (pubalgia? problemi alle vie urinarie?? Ernia??? Gravidanza isterica????) ma ogni volta che corro fa sentire la sua presenza in maniera invadente. Negli ultimi giorni l’ipotesi di un’origine renale ha guadagnato punti, in seguito a bruciori vari e all’evidente presenza di sangue nelle urine proprio ieri pomeriggio. Se a tutto questo si aggiungono: le gambe ancora imballate dalla 50km di tre settimane fa, la mega abbuffata al ristorante coreano di ieri sera, e la levataccia di stamattina per arrivare in tempo a Karuizawa, direi che ci sono tutte le premesse per affrontare questa mezza in modalità turistica.

Una volta scesi dal treno e depositati i bagagli del week-end in un coin-locker (che grande invenzione!) ci avviamo verso la zona partenza. La lunga passeggiata, l’aria fresca e leggera di montagna (siamo a 950m e ci sono circa 10 gradi) e l’atmosfera “carica” dell’evento fanno gradualmente dimenticare i miei acciacchi riportandomi nella condizione di spirito  ideale: quella che induce a lasciarsi alle spalle ogni preoccupazione e a vivere il presente godendone tutti gli aspetti positivi. E oggi ce ne sono tanti, di aspetti positivi: a partire dal luogo (una bella località montana molto verde a 150km da Tokyo) passando per il tifo “soft” ma molto presente, l’organizzazione impeccabile (solo due esempi: pettorale e pacco gara spediti a casa, e busta pre-affrancata per restituire il chip in caso di mancata partecipazione) senza tralasciare la gentilezza e l’educazione dei runners nipponici.

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Ready

Per qualche strano motivo mi ritrovo schierato in seconda griglia, e mentre aspetto il momento della partenza mi arrovello per capire in base a quale criterio mi abbiano messo proprio qui. Escludendo a priori i meriti sportivi, rimangono: altezza, I.Q., età, conoscenza della lingua Italiana e altri improbabili parametri. Guardandomi attorno, decido che il più verosimile (con l’eccezione dei circa 20 top runners che sono giustamente in prima griglia) non può che essere l’ordine di iscrizione. Intanto, il sole si è alzato e comincia a farsi sentire con ferocia, riportando la parola “griglia” al suo significato originario. Qui tutti hanno la fobia del sole e la maggior parte dei runners corre con maniche e pantaloni lunghi anche d’estate (!) Quindi io sono uno dei rarissimi esemplari in canotta, e di quelli ancora piú rari con gli svolazzini, il che mi fa sentire adeguato quanto uno che indossa il cappotto in un campo di nudisti.

Dopo un paio di allegri motivetti intonati dalla banda della scuola elementare locale (un po’ stentata, ma molto meglio delle solite tamarrate di casa nostra) lo speaker annuncia i tre minuti alla partenza, e lo fa perfino in Inglese, nel vano tentativo di dare un tono internazionale alla manifestazione. Una volta partiti, ho la conferma definitiva che qui le griglie non servono a mettere davanti quelli veloci: durante il primo km sorpasso decine e decine di persone manco fossimo ad una tapasciata. Nonostante questo, a causa del gran traffico impiego ben undici minuti per coprire i primi 2km e penso “Meno male che non sono in forma: se oggi fossi qui per tentare un buon tempo, a quest’ora sarei furioso”. E invece me la godo, in quasi totale relax. Scrivo “quasi” perché il dolore all’inguine si fa sentire – in particolare dal quinto al decimo km – anche (credo) a causa dei saliscendi continui.

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T-shirt compliance

Se mi trovassi in una di quelle gare anonime e un po’ bruttine alle quali a volte capita di partecipare, probabilmente i problemi fisici di oggi mi avrebbero già rovinato la giornata. Invece sono distratto dal bel paesaggio, e dalle mille altre cose che immancabilmente colpiscono l’immaginazione ogni volta che si corre in un luogo così diverso e lontano, non solo geograficamente: la marea gialla di runners (l’organizzazione aveva invitato i partecipanti ad indossare la maglia ufficiale, e quasi tutti hanno obbedito), il pubblico (in particolare quelli che notano con sorpresa lo strano Gai-Jin e gli regalano un sorriso), il passaggio nel campo di golf, il punto di ristoro ‘speciale’ con le fragole, gli innumerevoli fotografi ufficiali attrezzati di teleobiettivi grandi come missili Patriot, e i migliori di tutti: i bambini che danno il cinque.

E così – stringendo i denti per un ritorno del dolore negli ultimi 4km – arrivo al traguardo con un real time di 1h44’04: in altre circostanze sarebbe un tempo indecoroso, oggi va bene così. Un ragazzino in uniforme scolastica mi consegna l’asciugamano commemorativo, e mi avvio verso il ritiro borse tracannando una bevanda isotonica buonissima. Ma prima di arrivare allo spogliatoio, l’ultima sorpresa: una schiera di banchetti attende i finisher per la riconsegna dei  chip: un addetto verifica la corrispondenza tra chip e pettorale, e un secondo stampa in tempo reale il diploma di partecipazione. Tempo di attesa: < 15 secondi.

Meglio non abituarsi troppo bene: tra un po’ si torna in Italia.

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