Nov 152015
 

Logo ValenciaSono passati sei mesi dall’ultima volta in cui ho indossato un pettorale. Esattamente otto dall’ultima maratona.

Una vera eternità per chi – come me – è abituato a gareggiare regolarmente. Un lungo periodo costellato di visite specialistiche, esami, Tecar, Laser, fisioterapia, onde d’urto, ultrasuoni e altre dispendiose attività che hanno risolto solo parzialmente i miei infortuni. Un lungo periodo in cui ho corso pochissimo, sempre in precario equilibrio tra la necessità di recuperare una parvenza di condizione, e il rischio di peggioramenti e ricadute. La logica conseguenza, è stata una preparazione indegna di questo nome: uscite infrasettimanali al massimo di 10km, mai una sessione di ripetute, un unico lungo di 32km concluso in condizioni pietose piegato in due dal dolore.

Ma la voglia di tornare a correre una maratona è davvero tanta, e di gran lunga più forte delle preoccupazioni legate alla concreta possibilità di non arrivare in fondo. E quindi eccomi qui, a spillare con mano incerta il pettorale 5572 sulla canotta che indosserò in gara. Non so cosa aspettarmi per domani, ma una cosa è certa: questa volta correrò senza l’assillo del cronometro e punterò solo ad arrivare al traguardo sano, cercando di divertirmi il più possibile. E con questo pensiero all’insegna del “chi si accontenta gode” abbandono il mondo cosciente e mi addormento sereno.

Il cielo infuocato dal sole che sta sorgendo dietro la Ciudad de las Artes y las Ciencias, annuncia una splendida giornata. Purtroppo però l’atmosfera non è quella che solitamente precede le grandi occasioni: nessuno ne parla esplicitamente, ma tutti pensano agli orribili fatti di Venerdì scorso. L’orrore per quanto accaduto a Parigi si stende come una patina di smog velenoso sulle nostre teste, attenuando i colori e smorzando l’eccitazione tipica del pre-gara. Qualcosa di simile mi era già capitato in occasione della maratona di Madrid, corsa una settimana dopo le bombe di Boston. Allora gli organizzatori avevano fatto in tempo ad approntare e distribuire coccarde per chi volesse portare un segno di lutto; stavolta mi sono dovuto arrangiare comprando in un Bricor del nastro isolante nero che ho avvolto attorno al braccio. Spero tanto che sia l’ultima volta.

Dopo un toccante minuto di silenzio, tutto è pronto per la partenza e l’adrenalina spazza via i brutti pensieri, lasciando posto allo spirito agonistico. Considerate le premesse, la mia strategia non può che essere molto semplice e di basso profilo: impostare un passo tranquillo (attorno ai 5’30”/km) prestando molta attenzione ai segnali che vengono dal corpo, e gestendo l’inevitabile crisi che arriverà nella seconda parte. Visto il gran numero di partecipanti, quest’anno gli organizzatori hanno deciso di dividere la partenza in due ondate ed io ho la fortuna di trovarmi nella prima griglia della seconda wave: questo significa che non c’è nessuno davanti a fare da tappo, e posso così impostare il mio passo fin da subito. Pensandoci bene, non sono sicuro che questa sia una fortuna, visto che corro il rischio di partire troppo forte.

Valencia startI primi chilometri scorrono via tranquilli e senza problemi, anche un po’ troppo veloci. Il consueto dolore in zona inguinale si attenua dopo una ventina di minuti, trasformandosi in un fastidio leggero: una sorta di “rumore di fondo” che spero non si trasformi, come al solito, in frastuono col passare dei chilometri. Il clima è perfetto: circa 12 gradi, sole splendente, cielo azzurro e assenza di vento. Manca solo una cosa: il gran pubblico a cui mi ero abituato nelle due precedenti esperienze spagnole, e che mi aspettavo di trovare anche qui. Invece nel primo quarto di gara si vede poca gente, e alcuni vialoni periferici sono quasi deserti. Ma il quadro cambia radicalmente dopo il passaggio al km10: da questo punto in poi la presenza di tifosi urlanti sarà costante e giocherà un ruolo sempre più importante nel sostenere i partecipanti nelle loro fatiche.

Anche grazie al supporto del tifo, i chilometri scorrono veloci e con meno fatica del previsto: passo alla mezza in 1h53’ circa, non ho particolari fastidi e la frequenza cardiaca è sotto controllo, con una media di 147bpm. Numeri a parte, la cosa più importante è che mi sto divertendo come un bimbo libero di giocare insieme a tanti nuovi amici. So bene che le cose sono destinate a cambiare, ma finché dura voglio godermela. E così assaporo fino in fondo queste belle sensazioni che da troppo tempo non provavo, rispondendo ai richiami del pubblico e andando a cercare il cinque dei numerosi bambini. Il mio ritmo cala leggermente, ma è ancora dignitoso e comincio a illudermi di poterlo tenere fino alla fine grazie alla combinazione di fattori positivi quali il tifo del pubblico, la voglia arretrata di correre una maratona, e il taumaturgico “effetto pettorale”.

Dopo l’attraversamento del Pont del Real, si entra nel centro storico e la presenza del pubblico si fa sentire ancora più calda e intensa. È praticamente impossibile rallentare con un sostegno del genere, anche perché al primo accenno di crisi arrivano incoraggiamenti personalizzati. E così, tra un “Vamos Foia!” e l’altro, mi avvicino al capolinea, che purtroppo non è il traguardo ma il cartello del trentesimo chilometro, dove la mancanza di preparazione presenta il conto. Ho sempre saputo che una maratona non si può improvvisare e quindi la cosa non mi sorprende più di tanto. Ora non mi resta che far leva sull’esperienza, provando a gestire gli ultimi dodici chilometri e limitare i danni. A complicare le cose ci si mette la pubalgia che – impietosa come un avvoltoio che volteggia sopra la sua preda – decide di colpire proprio nel momento in cui sono più vulnerabile. Il dolore è fastidioso ma tutto sommato tollerabile, così che un opportuno aggiustamento di passo mi consente di andare avanti. Si ritorna in centro per l’ultima parte dove il tifo,  anche se potrebbe sembrare impossibile, aumenta ancora fino al punto da diventare assordante. Sono sicuro che senza la loro spinta, penserei seriamente all’ipotesi di camminare fino alla fine. E invece continuo a correre a testa bassa tenendo duro fino allo spettacolare traguardo sull’acqua, che attraverso a braccia alzate mentre il cronometro segna 3h52’32”

Sono felice! Grazie, Valencia!

Se penso alla scarsa preparazione con la quale ho affrontato questa maratona e al risultato ottenuto, un paio di domande scomode si insinuano nella mia mente: ma vale davvero la pena investire tanto tempo e fatica per preparare una gara al meglio delle proprie possibilità? Quei pochi minuti che mi separano da un nuovo Personal Best (dodici, in questo caso) sono sufficienti a giustificare uno sforzo e un impegno senza compromessi?

Vabbè… ci penso mentre preparo la prossima.

Comments

  1. andrea says:

    L’ennesima grande prova di bravura, forza, coraggio e saggezza, l’ennesima soddisfazione, l’ennesima medaglia… eccezionale, Francesco! Chiudere una Maratona senza preparazione e con qualche problema fisico è un’impresa da pochi, soprattutto con il tuo tempo. Complimenti, grandissimo!

    1. Foia says:

      Grazie per le belle parole, Andrea.
      Hai dimenticato la componente più importante: incoscienza 🙂

  2. pier says:

    grande Foia, non dire che non l’hai preparata, forse non canonicamente, ma 42 k non si finiscono senza un’adeguata preparazione e capacità di soffrire! sei eccezionale chiudere 12 k in simili condizioni neanche gli africani c’è la fanno. applausi

    1. Foia says:

      Grazie, Pier.
      Ma infatti ho scritto che la preparazione è stata inadeguata, non mancante.
      Non sono mica Filo… 😉

  3. Kostia says:

    Beh, che dire. Un’impresa!
    E l’ultimo paragrafo riassume pienamente il mio pensiero attuale sul tema maratona

    1. Foia says:

      Beh, direi che con le dovute proporzioni è un pensiero applicabile a tutte le distanze.
      Alla fina si tratta di decidere cosa è davvero importante, e comportarsi di conseguenza.

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