Jan 242016
 

gran_canaria_maraton_2016_logoDopo l’azzardo della Maratona di Valencia e contro ogni ragionevole previsione, le mie condizioni fisiche hanno retto quel tanto che basta da permettere alla parte irrazionale del mio cervello di iscrivermi a questa Gran Canaria Maratón. E quindi eccomi qui, perfetto testimonial dell’adagio “Non c’è due senza tre” in procinto di affrontare la mia terza maratona consecutiva in terra di Spagna. Che poi le Canarie sono Spagnole fino a un certo punto: geograficamente, infatti, appartengono all’Africa. E quei diciotto gradi di latitudine in meno si fanno sentire, eccome! Fino all’altro giorno correvo con temperature tra lo zero e i cinque gradi, e qui oggi ce ne sono una ventina in più: niente male per fare turismo e rilassarsi. Non proprio l’ideale per chi invece deve correre. Comunque la cosa non mi preoccupa più di tanto: il caldo darà sicuramente fastidio, ma non quanto la mia carente preparazione che oggi sarà il problema principale.

Si parte

Ready to go!

Dopo aver salutato Miki che affronta la 10km (start alle 8:20) consegno la borsa, e mi avvio con calma verso la zona partenza. Prima però, la rituale sosta tecnica in bagno, quella del “non mi scappa, ma non si sa mai”. E infatti non produco nulla, ma rischio di restituire al mondo l’abbondante colazione che riaffiora in seguito ad un improvviso e violento conato causato dall’odore del bagno chimico. Riesco a stento a trattenere l’impulso, ma mi rimane lo stomaco sottosopra. Cominciamo bene…

La partenza è puntuale e senza particolari intoppi nonostante io parta in ultima griglia (oggi dedicata a chi ha tempi inferiori a 3h30’) grazie alle piccole dimensioni dell’evento: circa 3,600 partecipanti tra maratona e mezza. Raggiungo quasi subito il mio ritmo, che oggi dovrà essere molto tranquillo, considerate premesse e condizioni meteo. Il caldo si fa sentire, ma per fortuna la maggior parte delle strade sono all’ombra e si corre abbastanza bene.

Forza!!! Dai fino alla fineee!!!” Mi sembra un po’ presto gasarsi a quel modo visto che mancano ancora quasi 40k. Quando gli faccio garbatamente notare che forse sarebbe il caso di risparmiare il fiato per la parte finale, il runner che mi ha appena perforato il timpano con le sue urla mi risponde: “Eh, hai ragione. Pensa poi che io sono alla mia prima maratona”. Dopo averlo osservato, per nulla convinto dalla sua affermazione gli dico che non ci credo. E faccio bene a non crederci: si tratta infatti di Lorenzo Gemma, che il 31 Dicembre scorso ha tagliato il traguardo della sua settecentesima (700!!!) maratona. Una volta smascherato, mi mostra orgoglioso il tatuaggio fatto per celebrare questo traguardo. Gli auguro di arrivare a mille e lo saluto pensando che le mie ventitré maratone al confronto sono uno sputo nell’oceano.

Vista la giornata calda e ventosa, è molto importante idratarsi in modo costante e quindi cerco di farlo fin dai primi ristori. Purtroppo però lo stomaco – ancora indispettito dalla disavventura del bagno chimico – non è molto d’accordo, e quando provo a bere minaccia di svuotarsi in modo poco elegante. Dovrò limitarmi a qualche piccola e circospetta sorsata. Quello che non riesco a bere, me lo rovescio in testa per rinfrescarmi. Di prendere i gel, non se ne parla nemmeno. Speriamo che le cose migliorino, o saranno guai.

Finalmente il percorso abbandona la noiosa periferia e transita a Vegueta, la parte vecchia di Las Palmas. Oltre alla bellezza del quartiere, ci pensa il pubblico presente e caloroso a rendere piacevole questo tratto di gara. Purtroppo dura poco, perché a breve si passa in una zona piuttosto anonima fatta di vialoni che conducono al porto. E qui ci aspetta un protagonista della giornata: il sole, che martella implacabile sopra le nostre teste. Nonostante ci sia un po’ di vento fresco a rendere più sopportabile la situazione, il termometro segna già 25 gradi. E sono solo le 10:30… Al solo pensiero che dovrò ripetere (oltre agli altri diciotto) questi tre chilometri assolati una seconda volta, mi sento mancare.

Cartelli a Playa de las Canteras

Playa de las Canteras

Per fortuna, in corrispondenza del km15 lasciamo la zona del porto e ci addentriamo nelle stradine di La Isleta (il vecchio quartiere di pescatori) che, se non altro, hanno il vantaggio di essere all’ombra. Dopo una serie di curve e controcurve, finalmente si sbuca all’estremità nord di Playa de Las Canteras: tre chilometri di splendido lungomare che conducono al traguardo. Finalmente, al km20 il mio stomaco sembra essere tornato in pace col mondo e ne approfitto per bere decentemente e assumere un gel energetico, anche se oggi avrei bisogno di ben altro. In questo tratto è molto bello correre, sospinti dal tifo, dalla brezza marina, dall’atmosfera festiva e dall’eccitamento trasmesso dai partecipanti alla mezza che stanno per terminare le loro fatiche, e percepiscono il profumo della finish-line.

Per noi maratoneti invece il bello comincia proprio adesso. Poche centinaia di metri prima del traguardo (sadicamente ben visibile, laggiù in fondo) deviamo bruscamente a sinistra lasciando alle nostre spalle il mare, il pubblico e la maggior parte dei partecipanti per affrontare il secondo giro. Ora siamo rimasti davvero in pochi: mi ritrovo a correre praticamente da solo in una stradina secondaria, senza pubblico e per giunta in leggera salita. Proprio in fondo a questa via c’è il rilevamento di metà gara, e il Garmin segna 1h54’: teoricamente potrei stare sotto le quattro ore, ma so che oggi più che mai 1 + 1 non fa 2 e quindi preferisco non alimentare facili illusioni.

Forse sarà colpa di caldo e stanchezza, ma ho una strana sensazione: nonostante sia passato su queste strade solo due ore fa, non mi sembra di riconoscerle. Poi capisco: quando ho affrontato il primo giro erano all’ombra, ora invece sono quasi interamente al sole e questa condizione le fa sembrare diverse. Da un certo punto di vista è meglio, poiché la cosa può rappresentare un diversivo. In realtà è molto peggio, anche perché mi costringe a cercare le sottili strisce di ombra rimaste (quando ci sono) fregandomene totalmente della traiettoria ideale.

Il reparto “trasmissione” funziona ancora egregiamente: in particolare le gambe, ma anche la zona addominale che in questi lunghi mesi è stata afflitta dalla pubalgia non mi sta dando problemi particolari. Viceversa, il “motore” perde colpi e la fatica è sempre più intensa. Al ristoro del km25 mi concedo il primo tratto al passo: sarà solo il primo di una lunga serie di intervalli sempre più frequenti e prolungati che alterneranno la corsa fino alla fine. Il passaggio nel quartiere vecchio mi rialza un po’ di morale, ma c’è poco da fare: ormai sono entrato in “survival mode” ed è davvero difficile ritrovare la voglia di correre. Vado così lento che ho la sensazione di essere sorpassato praticamente da tutti: runners anziani, grandi invalidi, un gruppo di alpinisti in cordata, Armaduk , due suore obese e alcuni Ewoks. Probabilmente l’esposizione al sole sta cominciando a produrre i primi danni neurologici.

MedaglieCerco allora di concentrarmi sull’unico obiettivo rimasto: la bellissima medaglia. Visualizzo così intensamente il momento in cui me la metteranno al collo che non riesco a togliermela dalla mente: la vedo persino nelle vaschette per lo spugnaggio. Ah, no: le spugne oggi sono veramente a forma di Gran Canaria, che è la stessa  a cui è ispirata la medaglia. Meno male: anche alle allucinazioni c’è un limite.

 

Sono ormai al km34 e so benissimo cosa significa: si ritorna nel lungo tratto del porto, adesso ancora più assolato: la conferma arriva da un termometro a bordo strada che segna 27 gradi. Per fortuna anche il vento ora soffia più forte alleviando il disagio del caldo. A tale proposito, ecco uno stralcio del mio dialogo immaginario (o forse no) col dio dei venti:

Eolo: “Ma io ti conosco. Sei quello che non mi sopporta

Foia: “Chi, io? Ma no… è solo che sono ateo: nulla di personale, te lo assicuro. ”

Eolo: “E invece ce l’hai proprio con me. Altrimenti come spieghi l’armadio pieno di giacche e gilet antivento?

Foia: “Ma no, ti confondi con un altro. Su, non andartene per favore!”

Eolo: “Ma bravo… sempre a maledirmi, e ora che ti faccio comodo fai il simpatico, eh?”

Foia: “Ti prometto che se oggi rimani, non mi lamento nemmeno se soffi contrario”

Eolo: “Sì, sì, le solite parole al vento. Tanto ci sono abituato…Wooosssh!

E così, tra un delirio mitologico e un ristoro, una battuta con altri compagni di avventura e un cinque dato ai bambini, arrivo finalmente alla conclusione di questa mia ventiquattresima maratona. Il cronometro conferma implacabile che si è trattato di una delle mie peggiori prestazioni di sempre, ma non sono né arrabbiato né deluso per questo. Sapevo che oggi sarebbe stata una giornata particolare e l’obiettivo principale era finire. In aggiunta, ho avuto alcune conferme a cose che già sapevo:

  • I percorsi a circuito non mi piacciono per niente: il mio unico ritiro è stato infatti proprio su uno di questi, a Livorno.
  • La maratona non perdona: se non ci si prepara adeguatamente, bisogna mettere in conto le possibili conseguenze.
  • Ho la fortuna di avere gambe a prova di crampi: nonostante lo scarso allenamento, non li ho avuti nemmeno stavolta.
  • Ho la testa dura.

E poi… ho fatto pace col vento!

 

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