Mar 132016
 

BAM logoIn un mondo che cambia freneticamente sotto i nostri occhi, è sempre confortante constatare la validità della saggezza popolare. Le conferme del giorno riguardano il noto proverbio “non c’è due senza tre”: dopo la tripletta di maratone consecutive in terra spagnola, è oggi la volta della terza maratona sotto il segno della pubalgia. Ma gli aspetti rassicuranti finiscono qui:  per il resto, la mia situazione mentale sta via via degenerando:

  • A Valencia mi ero iscritto in tempi non sospetti. Avevo persino cancellato Carpi per poter completare le cure come si deve, e recuperare la forma. E poi era un’ottima occasione per andare a trovare mio figlio durante il suo Erasmus. Insomma: impensabile rinunciarvi!
  • A Las Palmas invece mi ero iscritto pienamente consapevole delle mie precarie condizioni, ma con l’attenuante di una bella vacanza al caldo e la dichiarata intenzione di correrla in “modalità turistica”
  • Con Brescia invece ho toccato il fondo: totalmente fuori forma (un unico “lungo” di 25km alle spalle, chiuso con gran fatica e brutte sensazioni), dolorante, senza particolari stimoli se non quello di concludere la mia venticinquesima maratona, e a rischio infortunio bloccante.

Insomma: un caso di studio per gli annali di psicanalisi podistica. E non lo dico a caso visto che – per certi versi – il mio approccio con la maratona ricorda da vicino quello che Zeno Cosini aveva col vizio del fumo:

Penso che la maratona abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su sé stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute

Svevo parlava di sigarette, ma il concetto è identico. E così eccomi qui alla partenza, giurando a me stesso che “dopo questa mi fermo per tutto il tempo necessario a rimettermi in sesto”. Sono così poco convincente, che non ci credo nemmeno io. Per fortuna, in griglia di partenza mi imbatto in alcuni amici che con la loro allegria riescono a distogliermi da pensieri demotivanti.

Pre-partenza

Oggi l’obiettivo è sopravvivere fino alla fine, quindi la mia strategia sarà molto semplice: parto piano, e poi… rallento. Sì, perché è assolutamente inutile farsi illusioni visto che una maratona non si improvvisa e oggi – pubalgia a parte – le mie condizioni sono le peggiori con le quali mi sono mai presentato al via. Quindi partenza molto prudente, anche perché  il percorso presenta alcune strettoie piuttosto pericolose. E infatti già al primo km vedo gente che si sbraccia in mezzo alla strada angusta gridando di fare attenzione a qualcosa per terra. Purtroppo non si tratta di qualcosa, ma di qualcuno: un runner lungo disteso! Per un attimo penso di fermarmi per soccorrerlo, ma vedo che altri due stanno già praticandogli la R.C.P. con mani esperte, e sento dietro di noi la sirena dell’ambulanza che sta arrivando: non hanno bisogno del mio aiuto e procedo pensando che “sopravvivere” non è poi un obiettivo così banale.

Il primo quarto di gara procede senza problemi, e ad un passo molto più allegro di quanto vorrei (e dovrei) un po’ a causa della freschezza iniziale, un po’ per il percorso tutto sommato piacevole e forse anche per una reazione inconscia alla vista e al pensiero del povero runner in arresto cardiaco. A volte tendiamo a dimenticare che quello di poter correre è un vero e proprio privilegio.

Ci pensa uno strappetto malefico al decimo chilometro a farmi rientrare nei ranghi: non mi vergogno a percorrerlo camminando, anche perché la mia velocità non è poi tanto diversa di quella di chi arranca tentando di correre in salita. Da questo punto in poi il percorso perde di interesse, e il mio passo si assesta su una media più consona alle mie condizioni. Al quindicesimo km comincia a farsi sentire il dolore all’inguine. Un po’ troppo presto visto che speravo di tenere almeno fino alla mezza, ma non ci posso far nulla e dovrò come al solito conviverci. Dopo un’altra salita e relativa discesa, al diciannovesimo km il percorso dei maratoneti si divide da quello dei partecipanti alla mezza, e ancora una volta mi ritrovo in relativa solitudine. Non è a livelli da eremo come a Las Palmas, ma almeno quella volta il percorso era piacevole. Qui invece sto correndo in anonime zone periferiche nelle quali la vista più interessante è rappresentata da relitti di archeologia industriale. La prospettiva di avere altri 23km in queste zone è piuttosto deprimente.

falso entusiasmoIl passaggio a metà gara (qualche minuto sotto le 2 ore) è in linea con il passo medio che avevo in mente per oggi, ma so che il peggio deve ancora arrivare. Intanto – nonostante nella gara precedente avessimo fatto pace – ecco che il vento torna a rompere, non forte ma piuttosto freddo e ovviamente contrario al senso di marcia. Finché corro è sopportabile, ma non appena cammino sento freddo. Già, perché nel frattempo ho cominciato a percorrere tratti al passo per rilassare la regione addominale, ma anche per riprendere fiato, che oggi è davvero scarso. Da questo punto in poi le pause saranno sempre più lunghe e frequenti, segnando un inesorabile declino di prestazioni che va di pari passo con l’aumento della fatica e con il calo del morale. Attorno al trentaduesimo km, devo farmi da parte per lasciar passare un mezzo piuttosto grosso. Sto già per smadonnare all’indirizzo di autista e organizzatori che non bloccano il traffico come si deve, quando mi accorgo che si tratta dell’autobus scopa. La vista degli atleti ritirati, invece di suscitarmi empatia risveglia una certa dose di invidia: almeno loro hanno finito di soffrire.

Lo vedo

Finalmente: Terra!!!!

Da questo punto in poi, “soffrire” è la parola d’ordine: sono stanco, ho freddo, ho fame, mi fanno male la fascia addominale e quella dorsale. Se ci fosse almeno un po’ di pubblico ad incitarci, le cose sarebbero un po’ meno difficili. Invece corriamo praticamente nel deserto, con l’eccezione di una encomiabile signora in bicicletta che fa avanti e indietro incitando i runner delle retrovie con bugie pietose del tipo “Dai gnaro, che ti vedo bene!”. I miei ricordi degli ultimi dieci km sono piuttosto confusi e possono essere riassunti in pochi flash:

  • la condivisione dell’agonia con Alessandro, nuovo amico della giornata col quale continuiamo a sorpassarci (parola grossa con questo passo da lumache) e a sostenerci
  • Le piume da apache del pacer 4h15” che mi sorpassa inesorabile
  • Le sadiche salite nel finale, probabilmente irrisorie per chiunque ma che nelle mie condizioni sembrano passi himalayani
  • L’ingresso in piazza della Loggia, e la bambina che mi ritrovo tra i piedi a pochi metri dal traguardo rischiando di travolgerla e finire per terra
  • L’immensa felicità nel tagliare il traguardo, non tanto per l’ennesima medaglia ma per aver posto fine alla sofferenza.

Dicono che la maratona è – tra le altre cose – sacrificio e sofferenza. Verissimo!
Peccato che se mancano del tutto le “altre cose” non è poi un gran divertimento…

E mentre mestamente mi avvio verso gli spogliatoi, il mio alter ego Zeno Cosini si fa largo nella mia mente e butta lì questo pensiero:

Giacché mi fa male non gareggerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta

 

L’unica bella notizia del giorno è che il malcapitato runner visto a terra al primo km si è ripreso, grazie al provvidenziale intervento di chi lo ha soccorso: http://www.giornaledibrescia.it/brescia-e-hinterland/era-morto-il-runner-salvato-dai-medici-podisti-1.3072132

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