Dec 112016
 

 

honolulu_marathonIt’s five o’clock in the morning, the city seems so empty
As I wander in the streets alone

Anche se – come cantavano i Village People – sono davvero le cinque del mattino, la città non è affatto vuota: siamo infatti più di trentamila a gremire la zona partenza di Ala Moana Boulevard. L’atmosfera è molto rilassata: nessuno che sgomita per entrare nelle griglie (che di fatto non esistono), niente musica a tutto volume né annunciatore urlante, tutti che sorridono, si fanno foto e assaporano la situazione in pieno “Aloha Spirit”. Se a questo quadro si aggiungono la levataccia alle due del mattino e le undici ore di fuso orario che mi offuscano la mente, manca poco che mi addormenti nel bagno chimico.

A scuotermi da questo torpore, ci pensa il rumore dei fuochi artificiali che finalmente annunciano la partenza. Saluto con un bacio Miki e ci diamo appuntamento al traguardo, stavolta entrambi nelle vesti di finisher. Già, perché la vera notizia di oggi non è la mia ventiseiesima maratona ma il folle, audace, irresponsabile e demenziale esordio di mia moglie sulla distanza Regina. Proprio lei, che in realtà non ama correre, che non ha mai corso più di 18km in vita sua e che – in risposta alle mie velate obiezioni – risponde serafica: “Quando non ce la faccio più a correre, cammino

The Foias' Start

The Foias’ Start

È necessario procedere con molta prudenza, sia per la folla, sia per l’oscurità ma soprattutto a causa del gran numero di persone che affronta questa gara camminando fin dall’inizio: molto facile andare addosso a qualcuno. Per una volta non mi pesa andar piano, anzi… soffro già per l’umidità e il motore non sembra avere intenzione di raggiungere la velocità di crociera. Come se non bastasse, il fastidio all’inguine si fa sentire fin da subito: dovevo immaginarlo che la fitta avvertita durante l’uscita “collinare” di qualche giorno fa a San Francisco non era un buon segno. Non che avessi grandi aspettative per questa gara, ma i primi cinque chilometri percorsi in quasi mezz’ora mi fanno capire molto chiaramente che oggi è meglio abbandonare ogni ambizione fin da subito e godersi l’evento. 

It’s five o’clock in the morning, the city is awaking

Pirla 2

Pirla anche alle Hawaii

Stavolta dovrò credere ai Village People sulla parola: infatti quando le prime luci dell’alba rischiarano l’orizzonte non mi è possibile verificare se davvero la città si stia o meno svegliando, visto che – dopo quasi un’ora abbondante di gara – siamo ormai in periferia. Ci siamo anche già lasciati alle spalle la salita di Diamond Head, che dovremo percorrere anche al ritorno. Il fastidio all’inguine se n’è andato ma sto soffrendo il caldo e l’umidità più del dovuto. Per fortuna il pubblico è abbastanza presente, soprattutto se si considera che siamo fuori città. Tuttavia, il tifo non è particolarmente caldo forse perché costituito in larga parte da Giapponesi che sono discreti anche nel manifestare il proprio entusiasmo. Sempre divertenti i cartelli motivazionali, in particolare quello mostrato da una bella figliola che recita: “Is that a gel bar in your pocket or you are just happy to see me?” (1). Vorrei fermarmi a socializzare con la novella Mae West, ma c’è una medaglia che mi attende al traguardo. A pensarci bene, non c’è poi tutta questa gran fretta dato che questa maratona (credo l’unica al mondo) non ha un tempo limite: semplicemente si aspetta che arrivi l’ultimo prima di dichiararla conclusa. Ma ho comunque una pseudo-reputazione da difendere e quindi continuo a correre, passando a metà gara in 2h02′ e dando così un significato del tutto nuovo al verbo “correre”. In teoria, potrei anche tentare di rimanere sotto le fatidiche quattro ore, ma so che il peggio deve ancora venire e non mi faccio illusioni. Se non dovesse bastare il mio realismo, attorno al km25 ci pensa la pubalgia a farmi ritornare sulla terra con il fastidio che si sta trasformando in dolore passo dopo passo.  

Runners in Hawaii

Runners in Hawaii

Dopo il giro di boa nella zona di Hawaiʻi Kai, il percorso ritorna sulla Kalanianaole Highway dove si incrociano i partecipanti che procedono in senso inverso. È impressionante vedere questo fiume di runner che si ingrossa sempre più, segno che – nonostante il mio passo agonico – mi trovo in posizione piuttosto avanzata. Non so come stia andando Miki ma decido di cercarla, compito non facile vista la folla e considerato che il suo viso sarà confuso con quello di circa 15,000 connazionali. Infatti – quando mi trovo circa al Km31 – è lei a notare me: ha da poco superato metà gara ed è  ancora in discrete condizioni, nonostante abbia ormai rinunciato a correre e deciso di camminare fino alla fine. Ignoro il suo disgustato “Non mi toccare!” (sono lievemente sudato) le do un bacio e riparto contento. 

“I guess I’m gonna have to face that I just couldn’t run the race
I always thought I was a winner”

Higgins e i ragazzi

Higgins e i ragazzi

Mi chiedo se quando hanno scritto questa strofa Henry Belolo e Jacques Morali piuttosto che i problemi sentimentali del giovane protagonista avessero in mente una maratona, visto che è piuttosto vicina alla mia situazione e rischia di essere profetica. Mi trovo attorno al trentaseiesimo km e il quadro non è dei più rosei: le energie sono già finite, ho dolore all’inguine, fa sempre più caldo, mi attende il salitone finale e – come se non bastasse – sto avendo qualche fastidio intestinale. Provo ad individuare qualche angolo dove potermi appartare e alleggerirmi, ma non ne trovo: Kahala Avenue è un continuo susseguirsi di ville multimilionarie con giardini curatissimi e poderosi cancelli che lasciano presagire padroni di casa poco accoglienti. Il solo pensiero di Mr. Higgins che scioglie i dobermann funziona meglio di un Imodium e supero la crisi.  

L’incombere di Diamond Head impone un cambio di colonna sonora: è ora di abbandonare i Village People per invocare l’energia dei Genesis, sperando che Dance on a Volcano mi aiuti ad affrontare – appunto – la salita sul vulcano che i sadici organizzatori hanno piazzato al trentottesimo chilometro. 

You’ve got to go faster than that to get to the top
Dirty old mountain all covered in smoke

È una parola! Phil Collins avrà anche ragione, ma come si fa ad andare più forte in queste condizioni? Proprio non ce la faccio a correre, e cammino senza vergogna larga parte dei due chilometri di salita sapendo che ormai anche l’obiettivo di “Serie C” – cioè fare il tempo migliore di questo infausto 2016 – sta per sfuggirmi di mano. Mi consolo pensando che oggi finirò bene in classifica (grazie al livello generale molto basso di questa competizione risulterò 159° di categoria su 1.170!) e che nonostante tutto mi sono divertito, godendomi questa atmosfera particolarmente rilassata, goliardica e vacanziera. Percorro correndo gli ultimi due chilometri e taglio il traguardo: il crono di 4h20’16” è imbarazzante, ma non mi importa. Mahalo!
 
 
 
Per la cronaca: Miki ha finito la sua prima (e forse ultima) maratona in 7 ore e 4 minuti.  Grandissima!!!
 
Ringraziamenti finali ai Village People, a Jonathan Quayle Higgins III, ai Genesis, a Luigi che mi ha tenuto il gatto, a Thomas Sullivan Magnum IV anche se non si è fatto vedere (forse era a farsi un giro in elicottero con T.C.) e a Topo Gigio.
 
P.S. L’ultimo arrivato – tale Takayuki Sakata da Nagano, Japan – ci ha messo 16 ore 11’44”
P.P.S. Ringraziatemi per non aver incluso questa nella colonna sonora! Ops, l’ho appena fatto… vabè… Aloha a tutti! 
 
(1) “È una barretta di gel quella che hai in tasca, o sei contento di vedermi?”

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