Feb 262017
 

Quasi seicento chilometri di allenamento, fedeltà e sottomissione assoluta alla tabella, uscite con ogni clima, ripetute, lunghi, bi-giornalieri… Dopo una preparazione del genere era normale avere qualche aspettativa: non dico un personal best, ma sperare almeno di tornare sotto le quattro ore mi sembrava legittimo. E invece… e invece nonostante la maratona di Honolulu fosse quella meglio preparata degli ultimi due anni, è stato il mio ennesimo disastro in un 2016 da dimenticare, nonché la conferma di un trend molto negativo. Alibi come il caldo, le salite e il jet-lag non hanno reso meno amaro un risultato che comunque lo si guardi resta il peggiore dell’anno e che risulta una beffa se si pensa a tutto l’impegno speso allenandomi.

È con questo stato d’animo che mi sono iscritto alla White Marble Marathon e ho affrontato la relativa (im)preparazione. Tanto per capirsi: questa volta non ho nemmeno scomodato il generatore, tanto sapevo che non avrei avuto le motivazioni necessarie per rispettare la tabella risultante. Se a questo si aggiungono i malanni di stagione, problemi in famiglia, e l’inquinamento atmosferico a livelli mai visti, ci sono tutte le premesse per l’ennesima gara da dimenticare. Ma tanto ormai ci sto facendo l’abitudine, e quindi che problema c’è?

Dopo due giorni di eno-gastronomia a livello agonistico, mi presento alla partenza non proprio al top della forma, che tende ad essere piuttosto sferica. Ma è una bella giornata di sole (anche se freddina) l’atmosfera pre-gara è bella carica e ho voglia di correre. E quindi si parte, con la sola intenzione di arrivare in fondo limitando i danni. L’idea è quella di tenere un passo prudente ma non troppo, sapendo che nella seconda parte dovrò fare i conti – oltre che con lo stato di forma pietoso – con un lungo tratto in salita. Tuttavia non è facile tenere a freno le gambe: i primi 10Km percorsi con una media sotto i 5’20″/km stanno ad indicare che mi sto dirigendo a testa bassa verso un muro bello duro. Cerco di non pensarci e mi godo il momento: sto proprio bene, incredibilmente non ho nessun dolore, sono in mezzo a tanta gente colorata che si sta divertendo, c’è il sole, e finalmente – dopo un lungo tratto di lungomare ‘finto’ – si vede il Tirreno.  Cosa chiedere di più? Magari avere gambe e polmoni come quelli degli atleti che stiamo incrociando: sapere che i battistrada sono già otto km avanti è allo stesso tempo deprimente ed esaltante. Che bello sarebbe poter correre in quel modo…

A riportarmi sulla terra ci pensa un cartello che sembra essere stato messo lì apposta per me. Per un attimo penso che dovrei trasferire qui la residenza, ma poi mi rendo conto che di Domenica gli uffici comunali sono chiusi, e vado avanti superando la frazione di Poveromo. Siamo quasi a metà gara e sto abbastanza bene, nonostante il passo un po’ troppo allegro tenuto fino a questo punto. Il passaggio alla mezza dice circa 1h54′. Scrivo “circa” perché vado a memoria, visto che stranamente non c’è un rilevamento ufficiale:  oltre a quelli classici al decimo e al trentesimo, il cronometraggio oggi ne prevede solo uno al 16,5km (!)

Come previsto, dopo il bivio della mezza, il numero dei partecipanti cala drasticamente e mi ritrovo a correre in un gruppo molto sgranato costeggiando il fiume Frigido. Nonostante il nome (!) è un tratto molto piacevole del percorso. Peccato solo che sia il preludio alla parte più dura: la lieve ma interminabile salita che porta fino a Massa.  Non è per niente ripida: nemmeno cento metri di dislivello distribuiti su quattro km non sono nulla, eppure si fanno sentire e il passo medio di questo tratto riflette la mia triste condizione di Homo Planitiae. Una volta giunto nel centro di Massa, un anziano tifoso mi urla: “Dai che è finita: da qui in poi l’è tutta discesa!“. Vorrei fermarmi ad abbracciarlo ma non ne ho il tempo. Dopo un paio di curve si transita in piazza degli Aranci e ci si fionda giù per via Alberica: che bello poter finalmente lasciar andare le gambe aiutati dalla forza di gravità. Ma cosa vedo laggiù in fondo alla via…. sembra proprio… nooo…. è davvero un’inversione di marcia: si torna indietro per via Beatrice, una vera beffa se si pensa alla sua pendenza. Vorrei tornare indietro per dire qualche parola all’anziano di prima, ma lascio perdere.     

Il fisico vorrebbe una tregua, ma al km28 comincia la discesa vera e devo approfittarne: mi accodo ad una coppia di runners e cerco di tenere il loro passo bello allegro. Reggo per circa tre km ad una media incompatibile con le mie condizioni e poi scendo a più miti consigli man mano che la pendenza svanisce e la stanchezza si fa sentire sempre di più. Quando speravo che oggi non l’avrei incontrata, comincia anche a dare qualche segno la solita pubalgia: non è particolarmente acuta, ma abbastanza da costituire un alibi che mi permette di rallentare ulteriormente. Verso il km33 la toponomastica locale raggiunge l’apice, regalandomi la località Alteta, una perla che interpreto come un’altra dedica pensata per me che sono – oggi più che mai – un anagramma col pettorale. 

Il percorso si è fatto piuttosto noioso, con un interminabile rettilineo costellato da capannoni e depositi di marmo. Per fortuna si rientra a Marina di Carrara e mancano solo cinque chilometri. Nei tratti in ombra ho un po’ di freddo, altro indicatore di un passo troppo lento. Potrei ancora tentare di stare sotto le quattro ore, ma davvero non ho più voglia di faticare e così mi trascino fino al traguardo in modalità “risparmio energetico” per recuperare l’originalissima medaglia di marmo. Chiudo in 4h02’27” un risultato certamente non esaltante, ma che viste le premesse mi riempie di soddisfazione soprattutto perché interrompe un trend che cominciava ad essere preoccupante. 

Dopo una giornata del genere, la domanda nasce abbastanza spontanea: che me lo fa fare di dannarmi l’anima con allenamenti e tabelle, se poi i risultati sembrano essere totalmente slegati dal livello di preparazione? Ci devo riflettere per decidere come affrontare la prossima. Sì, perché mentre correvo qui a Carrara ho deciso: domani mi iscrivo alla maratona di Rimini.

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