Nov 052017
 

Ho resistito per più di sette anni, ma alla fine ho ceduto.
Per tutto questo tempo, amici, parenti e conoscenti mi hanno assillato con l’immancabile domanda: “Ah, ma tu fai le maratone. Allora di sicuro hai corso a New York, vero?”. Ogni volta che rispondevo “Beh, no… ne ho corse molte altre ma quella no” immancabilmente i loro sguardi si riempivano di delusione e in certi casi anche di compatimento. Eh, già… perché per molti di loro N.Y. è l’unica vera maratona e quindi un runner che non la corre è un povero sfigato. Se questo atteggiamento può essere comprensibile da parte di un profano (molti credono addirittura che sia più lunga delle altre) lo è molto meno da parte di chi invece corre. Eppure ci sono molti podisti nostrani che considerano N.Y. come la massima espressione della “carriera” di un runner e di conseguenza hanno il desiderio ossessivo di correrla. Non nel mio caso. Sarà che non mi piacciono le cose troppo alla moda, sarà che non ho mai avuto il mito dell’American Dream, sarà che sono un bastian contrario patologico…. non lo so: sta di fatto che ho sempre snobbato questa gara.

Poi un giorno, in preda ad uno di quei raptus irrazionali che costellano la vita del runner, mi sono iscritto. Ero all’aeroporto in attesa di imbarcarmi per l’interminabile viaggio che mi avrebbe riportato a casa dopo la maratona di Honolulu, quando una mail tentatrice mi informava dell’apertura delle pre-iscrizioni. Fu una questione di pochi istanti: un furtivo click ed ero già registrato. D’altronde, non potevo immaginare che da li a undici mesi la mia situazione fisica sarebbe stata profondamente diversa a causa di un problema piuttosto serio. Ma ormai il danno era fatto.

Early morning Manhattan,
Ocean winds blow on the land

Le parole di Rael girano nella mia testa mentre l’autobus mi porta al Whitehall Terminal dove devo imbarcarmi per Staten Island. E non ci sono parole più appropriate, visto che siamo proprio a Manhattan, sono le 5:30 di mattina e tira un’arietta bella fresca. Al terminal incontro l’amico ed ex-collega Matteo: ci eravamo dati appuntamento il giorno prima, quando abbiamo scoperto per caso di essere entrambi a N.Y. Grazie alla maratona (e a Facebook) siamo riusciti a rivederci dopo quasi 20 anni. Ci imbarchiamo sul Ferry delle 6:00 assieme ad altri quattromila profughi assonnati che affrontano la traversata tra un selfie e una barretta energetica, tra i racconti di corsa dei veterani e le angosce degli esordienti. Intanto la Statua della Libertà osserva incuriosita questo  vascello multicolore che si allontana dalla skyline di Manhattan avvolta nelle nuvole.

All’arrivo, non seguiamo la massa ma ci accampiamo all’interno del St. George Terminal. Il pavimento è duro, ma almeno siamo al coperto e abbiamo dei veri bagni a disposizione. Approfittiamo del bivacco per ben oltre un’ora facendo colazione, chiacchierando di corsa e altri argomenti, e facendo conoscenza con altri maratoneti. Utilizziamo anche le toilette dove un simpatico personaggio dirige il traffico dividendo la coda tra “pee” e “poo” dando sfoggio di efficienza tipicamente Fordista.  Decidiamo quindi di avviarci verso l’uscita, dove presto ci rendiamo conto che la coda è ben più lunga e lenta di quanto avessimo immaginato: ci impiegheremo infatti un’altra ora per riuscire a salire su un bus per Fort Wadsworth. Intanto, mentre avanziamo lentissimamente al freddo, cominciamo a preoccuparci di non arrivare in tempo per la partenza della nostra wave, prevista per le 10:15. E infatti, anche a causa degli ulteriori controlli di sicurezza e del nostro vagare a vuoto per trovare il deposito borse, arriveremo con pochi minuti di ritardo che saranno sufficienti a escluderci dalla partenza. “Next wave, guys” è la risposta degli addetti alle nostre rimostranze e ci rassegnamo così ad aspettare un’altra mezz’ora. Cerchiamo di vedere i lati positivi: c’è il tempo per un’ultima pausa WC e per fortuna non piove.

It’s the same old ending, time to go.
Get out!

È ancora Rael  a girarmi nella testa quando alle 10:40 in punto – dopo il rituale inno nazionale – un colpo di cannone da il via alla terza wave: si parte! Nonostante ci troviamo nel settore Verde (quello un po’ sfigato che percorre il Verrazano-Narrows Bridge nella parte inferiore) lo spettacolo è comunque imponente. Peccato solo che le nuvole di oggi impediscano la vista dello skyline di Manhattan alla nostra sinistra. Ma ora basta con le distrazioni: è il momento di correre, ammesso che mi ricordi ancora come si fa. Eh sì, perché negli ultimi due mesi non ho praticamente mai corso a causa di una dolorosissima sciatalgia che poche settimane fa – grazie ad una risonanza magnetica – è stata smascherata rivelando la sua vera natura: una bella ernia discale espulsa. Considerata la mia situazione, oggi l’obiettivo è uno solo: arrivare in fondo e in buona salute. Che poi è l’obiettivo primario di sempre, soltanto che oggi non ce ne sono altri. L’idea è quella di usare il metodo Galloway adattandolo alla mia condizione: tenere un rapporto corsa-camminata 80% – 20% ma con sezioni molto più brevi di quanto indichi il buon vecchio Jeff, in modo da evitare tratti di corsa troppo lunghi che potrebbero risvegliare i problemi al nervo sciatico mettendo la parola fine alla mia gara.

Mentre spiego al paziente Matteo queste mie noiose teorie, ci lasciamo alle spalle l’interminabile ponte di Verrazano. La conferma di aver cambiato  Borough ce la da uno dei numerosi cartelli ispiratori: “Thanks God you’re out of Staten Island. Welcome to Brooklyn“. La differenza si sente eccome: siamo passati dal silenzio surreale del ponte alla bolgia da stadio che ci accompagnerà per quasi tutto il percorso. Per me non è una novità, ma per Matteo che non ha mai corso all’estero è una folgorazione: si diverte come un bambino al luna park, rispondendo ai tifosi, andando a cercare gli high-five dei bambini e incitando a sua volta il pubblico. La cosa più divertente sono gli incitamenti personalizzati che gli rivolgono: visto che oggi indossa una maglia della Rimini Marathon molti lo chiamano a gran voce “Goooo Rimìniiii” oppure “C’mon Rimìniii” convinti che questo sia il suo nome. Alla fine perderemo il conto delle volte che capiterà, e comincerò a chiamarlo Rimìni anch’io (mi raccomando l’accento sulla seconda ‘i’)

A causa dei continui saliscendi non riesco a rispettare con precisione la ripartizione 80/20 che avevo ipotizzato all’inizio: la porzione camminata aumenta durante le salite, mentre nelle discese prolungo quella di corsa. Il risultato comunque non cambia: sostanzialmente si va molto piano. Nonostante Rimìni, ehm… Matteo sia in forma decisamente migliore della mia, decide di continuare con il mio passo agonico in modo da corricchiarla insieme fino alla fine. Gli ripeto diverse volte di non sacrificarsi e di andare avanti al suo passo, ma lui insiste. Francamente, mi risulta difficile capire questo suo atteggiamento visto che sono abituato a correre da solo sia in allenamento che in gara e la cosa non mi pesa per niente, anzi. Alla fine però gli sarò grato per avermi accompagnato in una giornata particolare come quella di oggi in cui avere il supporto di un compagno di viaggio mi ha molto aiutato.

Beviamo ad ogni ristoro, cioè ad ogni miglio e le conseguenze si fanno presto sentire. Se fossimo in una maratona nostrana ci sarebbe una soluzione molto semplice: imboscarsi dietro un albero o in una via laterale per liberarsi. Qui invece c’è il rischio di essere squalificati e arrestati per atti osceni, e quindi bisogna per forza usare i bagni chimici. Ce ne sono diversi ad ogni ristoro, solo che c’è sempre la fila e quindi ogni volta diciamo “Beh, vediamo il prossimo com’è“. Questo fino al diciannovesimo km, quando – ormai in preda alle doglie – siamo costretti a fermarci e a fare una fila di diversi minuti. Ripartiamo alleggeriti, ma con le gambe un po’ imballate a causa dello stop. Nel frattempo, siamo arrivati a metà gara con un crono che in altre occasioni avrei definito scandaloso (2h17′) ma che oggi mi riempie di fiducia. Fiducia peraltro subito rimessa in discussione dalla salita del Pulaski Bridge che mette a dura prova la mia tenuta meccanica e che ci porta nel Queens

The wind is blowing harder now,
Blowing dust into my eyes

In realtà non è che si sia alzato il vento: è solo che la pioggerella che ha preso a scendere fa percepire in modo più marcato l’aria fresca di oggi. La citazione musicale rimane comunque appropriata, poiché comincio a sentirmi come una mosca in attesa del parabrezza in autostrada. Ci stiamo avvicinando allo spauracchio della gara: tutti quelli che hanno corso a N.Y. descrivono il Queensboro Bridge come un passaggio durissimo, infernale, una vera sfida, una prova di ardimento dal sapore mitologico.

Ci avviciniamo un po’ preoccupati al mostro divoratore di runners e affrontiamo il nostro destino. Lo attraversiamo con metodica ma inesorabile lentezza, senza smettere di chiacchierare e trovando pure il modo di farci un imbarazzante video-selfie. “Ma come… è già finito?” mi chiedo incredulo quando comincia la discesa. Probabilmente, quelli che lo descrivono come un ostacolo durissimo sono gli stessi che temono il Ponte della Libertà a Venezia: suggerisco loro di provare l’esperienza della Hokkaido Marathon, dove un rettilineo di 7km in tangenziale da percorrere nei due sensi sotto il sole rimetterà in discussione le loro convinzioni. 

Foia and Rimini

Al termine del ponte, l’ingresso a Manhattan è segnato dal tripudio della 1st Avenue dove si concentra una gran massa di spettatori urlanti, che risultano ancora più sonori dopo il silenzio surreale del Queensboro. La mancanza di allenamento comincia a presentare il conto nonostante il ritmo più che tranquillo: la tentazione di camminare più spesso e più a lungo è molto forte ma siamo solo al km26 e la gara è ancora lunga. E poi non vorrei penalizzare troppo Matteo, che già si sta sacrificando per me. Per fortuna, l’incitamento costante del pubblico mi aiuta a non mollare. Dove non arriva il tifo, ci pensa il clima a tenermi in movimento: ogni volta che rallento, il freddo si fa sentire sempre prima e mi costringe a ripartire se non voglio rischiare di andare in ipotermia. Tra l’altro qui negli States ai ristori non c’è la possibilità di bere qualcosa di caldo e quindi è meglio evitare di trovarsi nella situazione di averne bisogno.

I 6km ondulati della 1stAvenue finalmente finiscono e si affronta l’ennesimo ponte: il Willis Avenue Bridge che attraversa l’Harlem River e ci porta nel Bronx. La sensazione di essere in una parte ‘diversa’ della città è piuttosto netta: non mi stupirei di incontrare Jena Plissken esattamente vent’anni dopo la sua avventura, oppure la banda dei Moonrunners reduci da una delle solite battaglie con gli altri warriors. Invece la situazione è piuttosto tranquilla, forse anche grazie al massiccio dispiegamento di cops,  che in questa zona mi sembra più imponente che altrove. Dopo un paio di km si attraversa il Madison Avenue Bridge e si rientra a Manhattan. La brevità di questa incursione nel Bronx, rende evidente l’intento degli organizzatori: il percorso deve passare anche da qui per poter dire che la gara attraversa tutti i cinque Boroughs, ma ne avrebbero volentieri fatto a meno.

Finishers

Quando entriamo nella 5th Avenue siamo ormai al km34: ne mancano solo otto. Anzi, mancano meno di cinque miglia che suona molto meglio. Ormai non ne ho davvero più, e la tentazione di salire su un taxi è piuttosto forte. Ma poi penso che potrei trovarci Travis Bickle con intenzioni poco amichevoli e cambio idea. Per fortuna non ho dolori: la strategia corsa/camminata ha funzionato e ormai sono praticamente certo di poter arrivare in fondo. Da qui alla fine si tratta di stringere i denti e di godersi il tifo che sarà in continuo crescendo fino al traguardo di Central Park. In questo tratto finale il pubblico è davvero assordante, a tratti addirittura fastidioso. Ma mi piace lasciarmi trascinare dal loro entusiasmo, e li ricambio con una lunga serie di high-five che rischia di lussarmi la spalla sinistra. Taglio il traguardo felice come e forse più del solito nonostante il cronometro segni un impietoso 4h40’48”. Con me c’è Matteo-Rimìni che mi ha accompagnato fino alla fine nonostante oggi avrebbe potuto ambire ad un risultato molto migliore: lo ringrazio per avermi fatto vivere la mia prima maratona in compagnia, e immortalo i nostri due bei faccioni da finisher. 

Mi sarebbe piaciuto onorare una ‘Major’ al meglio delle mie possibilità, ma questa volta è andata così. Oggi non ho dato il massimo: avrei potuto provare a spingere di più, e ho preferito non rischiare di farmi male. Alla fine mi sono divertito e sono contento del risultato. Ora pensiamo a guarire!

 

Chiudo con una riflessione. Anche se qualche runner lo nega, tutti quelli che partecipano alle gare lo fanno per competere: quelli forti per primeggiare contro gli altri, quelli meno veloci (la maggioranza) contro loro stessi. Per questo motivo, l’idea di camminare è considerata da molti quasi contro natura. Eppure… affrontare una maratona con “spirito turistico” può avere i suoi lati positivi. Ecco quindi un breve “elogio alla lentezza” che elenca alcuni dei vantaggi: 

  • Te ne freghi del carbo-load e mangi ogni sorta di schifezze
  • Se sei in posto nuovo e interessante, nei giorni precedenti puoi tranquillamente ammazzarti di turismo senza la preoccupazione di stancarti per la gara
  • In gara ti godi molto di più ciò che ti circonda: pubblico, partecipanti, tifo, panorama…
  • Mentre “corri” (le virgolette sono d’obbligo) riesci a parlare senza il rischio di andare in ipossia
  • Ti porti il telefono (io lo lascio sempre a casa) e puoi fare foto e video con tranquillità 
  • La medaglia te la danno comunque
  • All’arrivo hai fame, come è normale che sia dopo 42Km (a me di solito si chiude lo stomaco per alcune ore)
  • Il giorno dopo non hai dolori
  • I ricordi della tua avventura rimangono impressi nella memoria con maggiore chiarezza

 Quasi quasi, anche per la prossima ci faccio un pensierino…

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