Apr 222018
 

Il racconto della mia passeggiata newyorchese si era concluso con l’elenco dei vantaggi che si hanno nell’affrontare una maratona con spirito turistico. Sebbene in quelle parole ci fosse un fondo di verità, si era palesemente trattato di una versione podistica de La volpe e l’uva, dove al posto della volpe c’è un runner frustrato e al posto dell’uva una maratona corsa dall’inizio alla fine. Una volta esaurito lo spirito da chi si accontenta gode, e dopo aver constatato che la maratona corsa da infortunato non avesse aggravato la mia situazione, la mia decisione era arrivata in modo molto naturale: “Devo guarire e preparare la prossima come si deve. Tanto ci sono ben sei mesi prima di Londra“. 

E quindi sotto con le sedute di fisioterapia, gli esercizi giornalieri per rinforzare il core, i (mal)trattamenti osteopatici, le applicazioni di Tecar, lo stretching: insomma, un cocktail di tutti i possibili rimedi alternativi alla chirurgia per tentare di rimettere in sesto la mia schiena. E nel frattempo, una ripresa molto graduale degli allenamenti. Molto graduale sia per la mancanza assoluta di forma, che per la paura di farmi male di nuovo: correndo sempre attento a captare anche il più flebile segnale che denunciasse lo sconfinamento dalla zona del fastidio a quella del dolore. Pareva andasse tutto bene, fino al un brutto giorno in cui – dopo un’innocuo progressivo da 20km – lo sconfinamento è avvenuto ed è tornato il dolore. E quindi addio preparazione, seguendo la logica prudenziale che si regge sulla massima “Meglio essere fuori forma alla partenza che ben allenati ma a casa infortunati“.   

London 2018 - Getting ReadyE così, eccomi qua puntualissimo (e come potrebbe essere altrimenti, visto che siamo a Greenwich) alla partenza della mia quarta Major, “forte” di una preparazione che ha visto il suo picco in un unico lungo di 24km, corsi pure male. L’atmosfera è quella delle grandi occasioni, ma solo per quanto riguarda il gran numero di partecipanti. Per il resto, tutto è molto rilassato grazie agli ampi spazi (ci sono tre zone-partenza separate) all’abbondante presenza di servizi e anche ai controlli di sicurezza molto discreti e lontani dall’invadenza angosciante di NewYork. C’è solo un imprevisto: alle 8:30 ci sono già ventidue gradi e oggi non sarà per nulla facile correre, soprattutto per chi ha intenzione di andar forte. Per fortuna non è il mio caso.

Royal Starter

Quando la mia wave comincia a muoversi sono le 10:20 e la temperatura è ulteriormente salita: si parte per la più calda London Marathon della storia. Capisco fin dal primo chilometro che oggi – comunque vada – sarà una gran festa: il pubblico si assiepa sulle strade per applaudire e incitare a gran voce i partecipanti fin dall’inizio con un calore che dalle nostre parti nemmeno possiamo immaginare. C’è un’altra cosa che capisco: oggi sarà dura, molto dura: mancanza di condizione e caldo si fanno sentire fin dai primi chilometri.

BUMPS!”  A farsi sentire a gran voce sono anche i volontari che avvisano i partecipanti di stare attenti ai dossi presenti sul percorso: davvero gentili, fin troppo visto che  non andiamo poi così forte da essere impensieriti dalle condizioni del fondo stradale. Ben diversa la situazione dalle parti di Woolwich, dove i tre percorsi si uniscono a formare un singolo fiume di runners: ora si che è meglio stare molto attenti a dove si mettono i piedi, altro che dossi! In certi tratti la densità è talmente alta che – unita al caldo – raggiunge livelli quasi claustrofobici. Per fortuna c’è il pubblico a sostenerci ad ogni metro. 

Dopo essere tornati a Greenwich le mie condizioni sono in rapido deterioramento e l’idea di rilassarmi all’ombra con un buon Whisky mi accarezza insinuante. Dovrò invece accontentarmi di un Cutty Sark diverso: quello storico con tanto di vele e polena, al quale giriamo intorno verso il decimo Km. Bello ma non altrettanto soddisfacente: mi consolo bevendo acqua Buxton, che con il meteo di oggi è meglio di un Single Malt. Per fortuna i ristori sono molto frequenti, e non me ne perdo uno.  

Sapevo già che nel mondo anglosassone le Charities sono un fenomeno molto radicato. Ma in questa maratona si percepisce la loro grande importanza: a parte i 61,5 milioni di sterline raccolti (che comunque non è un dettaglio irrilevante) ad essere davvero impressionante è il numero di runners che corrono per una causa benefica. Ognuno di loro indossa una maglietta dedicata alla charity per la quale hanno raccolto fondi, e sono parecchie migliaia. Ce n’è per tutti i gusti: dalla ricerca su malattie rare e misteriose, al supporto per i bambini autistici, dal finanziamento al piccolo Hospice di provincia, al sostegno delle famiglie con malati di Alzheimer. Una cosa che fa riflettere, e che ci ricorda – tra l’altro – quanto noi tutti siamo fortunati e privilegiati a poter correre.    

A riportarmi alla realtà ci pensa il passaggio sul Tower Bridge, forse il più emozionante. Visto che non trovo le parole per descriverlo, ecco un breve video girato col mio smartphone. Andrebbe mostrato a tutti quelli che chiedono “Ma chi te lo fa fare di correre una maratona?

Siamo a metà gara e già mi sento un rottame. Fortunatamente la sciatica non da particolari problemi, anche se mi manda dei timidi segnali quasi a volermi discretamente ricordare la sua esistenza. Si uniscono al coro dei doloretti: un fastidio all’inguine (toh, chi si rivede: la Puby!) un sinistro cigolìo al ginocchio destro (o viceversa, non ricordo) e inediti fastidi ad entrambi i piedi (??!) Ma a stare peggio di tutti è il motore: ormai non ne ho più e le pause al passo non si limitano ai ristori. Mi sorpassano tutti: a parte Batman e Superman (dopo tutto sono super-eroi) vanno più forte di me un enorme cubo di Rubrik, l’orso Paddington, un pilota di X-Wing, una carota gigante e l’emoji della cacca. 

Ormai i miei tratti al passo sono più lunghi di quelli di corsa: una specie di metodo Galloway inverso. Per fortuna ci pensa il pubblico a tenermi in moto: ora che siamo in centro, il tifo è diventato – se possibile – ancora più caloroso. In certi momenti ho la sensazione che gli applausi e gli incitamenti siano tutti per me. Ma poi mi rendo conto della dura realtà: è Mr. Marshmellow a rubarmi la scena, come documentato in questo inequivocabile filmato:

I simboli di Londra si susseguono a ritmo serrato, segno che ormai siamo verso la fine: London Tower, London Bridge, Blackfriars Bridge (tristemente famoso solo per gli Italiani), il London Eye dall’altra parte del Tamigi, il Big Ben. Ormai manca solo un miglio, ma è lunghissimo. Per un attimo penso che con un piccolo sforzo potrei evitare il rischio di concludere la mia trentunesima maratona con un record negativo. Cambio idea quasi subito: se deve essere una disfatta, che lo sia fino in fondo! Passo davanti a Buckingham Palace, imbocco The Mall e taglio il traguardo felice godendomi la bella medaglia, e fregandomene del PW appena stabilito peggiorando il tempo di Sapporo per ben diciotto secondi. 

Da Londra è tutto: alla prossima! 

 

 

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