Sep 152018
 

OSLO Maraton 2018 - Oslo-Marathon-logoEppure l’avevo studiato alle elementari.
Il sussidiario diceva più o meno:

«La Norvegia è conosciuta come “il paese dei fiordi” che sono insenature molto profonde, scavate dai ghiacciai e poi invase dal mare. Ha un territorio prevalentemente montuoso, occupato dalle Alpi Scandinave. L’unica parte pianeggiante del paese si trova intorno alla capitale Oslo»

Probabilmente l’inconscio ottimista del runner ha preferito ricordare solo l’ultima frase, ignorando tutto il resto. Se solo avessi avuto il buon senso di mettere l’aggettivo «pianeggiante» nel giusto contesto, avrei forse potuto trarre vantaggio da un benefico dubbio.

Ma purtroppo, si sa, il buon senso non alberga nella mente dei runners. E quindi eccomi qui, al via della mia trentaduesima maratona: infortunato, non allenato, totalmente ignaro del percorso e con la pia illusione che «tanto 42km in un modo o nell’altro si portano a casa».

OSLO Maraton 2018 - Griglia 2Siamo pochini alla partenza. Sapevo che questa maratona non è un grande evento. Sapevo anche della concomitanza con una Major del calibro di Berlino, che attira moltissimi partecipanti dal Nord Europa. Nonostante questo, mi aspettavo una partecipazione un po’ più cospicua rispetto ai 2.349 partenti. Siamo più o meno al livello di Reggio Emilia, ma senza quella bella atmosfera. Già, l’atmosfera… mi sembra tutto un po’ sotto tono: pochi partecipanti, poco pubblico, niente musica. Per fortuna che c’è un bel sole a inondare di obliqua luce nordica le strade della capitale, altrimenti sarebbe tutto piuttosto triste. 

Lo start avviene senza troppe cerimonie: PUM! Partiti. Dopo pochi chilometri siamo già fuori dal centro (Oslo è piuttosto piccola) e attraversiamo una zona residenziale costellata di ambasciate. Il percorso è fin da subito abbastanza ondulato, e all’altezza del Frognerparken comincia il primo lungo tratto in pendenza. Riesco a percorrerlo correndo, ma la mente pensa già al secondo giro quando le mie condizioni non saranno sicuramente le stesse. Attorno al nono chilometro il paesaggio cambia drasticamente: si abbandona la zona residenziale, e un sottopasso ci porta a costeggiare l’autostrada E18. È il tratto meno bello della gara, non solo per il panorama ma soprattutto perché non è mai simpatico correre a fianco del traffico. Cerco di distrarmi guardando alla mia destra dove la vista costiera del Oslofjorden è molto più piacevole, grazie anche alle numerose imbarcazioni dello Yacht Club.

OSLO Maraton 2018 - Sandra«Ciao! Non ci sono tanti Italiani oggi» la voce alle mie spalle è quella di una giovane runner che ha voglia di scambiare qualche parola, attratta dalla scritta ITALIA sulle mie spalle. Si chiama Sandra: una tedesca di origini italiane, bresciane per la precisione. Procediamo assieme per alcuni chilometri e grazie alla sua compagnia non penso alla fatica e ai dolori che stanno cominciando a radunarsi attorno a me. Ci rivedremo più avanti, quando il mio stato psico-fisico sarà ben peggiore e lei mi sorpasserà impietosamente.

Il passaggio in centro è l’unico con un po’ di pubblico, concentrato soprattutto nella zona di Pipervika e attorno alla Fortezza di Akershus. Poi – dal km15 – comincia la parte più dura, con una salita costante di oltre due chilometri che porta fino al parco di Knudsens plass. Fortunatamente condivido la fatica con Alan, un simpatico coetaneo londinese col quale chiacchiero a lungo di corsa e altre amenità. Mi dice con entusiasmo che l’anno prossimo correrà la maratona di Roma. Non me la sento di dirgli che la gara è a rischio a causa di una patetica dimostrazione dell’italica cialtroneria.

OSLO Maraton 2018 - Km20Finalmente si scollina e la strada comincia a scendere, riportandoci verso il Rådhuset ossia il municipio, dove ogni anno ha luogo la cerimonia per la consegna del Nobel per la Pace. È proprio durante questo discesone che incontro Miki sul percorso. Ottima la sua scelta: grazie alla pendenza favorevole, nella foto sembra che io stia correndo con facilità e non si notano quasi i segni di ictus insorti durante la salita. Mi fermo per darle un bacetto salato (Yuck!) e riprendo Alan. Quando siamo quasi alla fine del primo giro ci supera un gruppetto di “Gubbio Runners”. Li saluto chiedendo come va: “il polpaccio non collabora, ma ora lo faccio ragionare” risponde uno di loro. Anche con lui, ci rivedremo più avanti. 

«Nonostante la latitudine, il clima della Norvegia è relativamente mite per via della Corrente del Golfo che mitiga le temperature soprattutto a sud e sulle coste»

E meno male che c’è la Corrente del Golfo col suo benefico influsso, altrimenti che succederebbe? Siamo a metà Settembre, e la temperatura massima stenta a raggiungere i quindici gradi. D’accordo che col fresco si corre meglio, ma qui stiamo parlando di una ventina di gradi in meno rispetto ai due mesi precedenti durante i quali mi sono allenato (o almeno, avrei dovuto). Spero di non beccarmi un accidente, visto che sono in canotta e ogni volta che mi concedo una pausa al passo mi raffreddo velocemente. Sì, perché ormai siamo oltre metà gara e la mancanza di preparazione sta già presentando il conto costringendomi a camminare sempre più spesso e più a lungo. Per fortuna incontro Nicola, un simpatico dentista pugliese fan del grande Pietro Mennea. Grazie alle piacevoli chiacchiere scambiate con lui riesco ad affrontare la salita del venticinquesimo senza troppe pause.  

Nel settore primario grande importanza riveste la pesca del salmone e del merluzzo che vengono esportati in tutto il mondo” 

Memore delle nozioni apprese in giovane età, temevo di trovare aringhe affumicate ai ristori, magari accompagnate dai famigerati cetrioloni sotto sale che avevano allietato le mie altre maratone scandinave. Nulla di tutto questo: solo delle normalissime banane. L’unica cosa un po’ strana è stato il ristoro speciale RedBull. “Speciale” non solo in quanto sponsorizzato dalla famosa bevanda energetica, ma per un fatto molto più semplice: qui si beve solo RedBull. Niente sali minerali, niente acqua, niente Coca Cola: solo esclusivamente RedBull. Non avendola mai assaggiata prima, sono un po’ preoccupato che mi faccia un effetto simile a quello manifestato da Peter Griffin. Ma la sete è tanta e me ne sparo un bicchierone, fortunatamente senza conseguenze.    

Siamo verso la fine. Della gara. Ci tengo a precisare “della gara” perché le mie energie sono finite ormai da parecchio. Ormai corro solo in occasione delle discese; nei tratti in piano cammino senza vergogna e in salita arranco pietosamente. Ed è proprio mentre affronto per la seconda volta la salita più impegnativa che raggiungo Mauro: a quanto pare il suo polpaccio si sta vendicando per la brutalità subita in precedenza, facendolo soffrire parecchio. Stringiamo i denti e ci incitiamo a vicenda, con l’obiettivo di fare almeno l’ultimo km correndo in modo dignitoso. E a giudicare da questo filmato esclusivo girato da Miki (santa donna)  riusciamo a dare l’impressione di star bene. 

 

Taglio il traguardo con l’ennesima prestazione imbarazzante (4h28′) ma comunque contento per essere arrivato sano, evitando un ulteriore peggioramento. La cosa sorprendente è che chiudo quinto degli Italiani. Poi controllo meglio la classifica e trovo una spiegazione: eravamo solo in sedici a partecipare e quasi tutti di una certa età, cosa spiegabile dal costo considerevole di questa trasferta improponibile per un giovane. 

Per concludere, le quattro cose che ho imparato da questa maratona:

  1. Partecipare a gare esotiche e molto costose per ottenere risultati in classifica.
  2. La RedBull non è altro che acqua gasata molto dolce. In pratica gazzosa, ma cara
  3. Mettere più spesso la canotta della nazionale, visto il fascino che esercita sulle concorrenti femminili
  4. Ogni tanto è opportuno ripassare il sussidiario delle elementari

 

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