Nov 112018
 

Arte, storia, ottimo cibo: mi sembrano tutte ottime ragioni per un week-end lungo a Ravenna. Ah, già… c’è anche la maratona, ma ultimamente la parte podistica delle mie trasferte è poco più di un pretesto che passa in secondo piano rispetto al resto. Infatti, anche stavolta non mi sono praticamente preparato (massima distanza in allenamento: 25km) e incombe la grande incognita dei problemi alla schiena. Ma è inutile preoccuparsi: ormai sono qui e ora mi tocca correre.

Prima di correre però è necessario schierarsi in griglia di partenza, cosa non affatto facile a causa di una logistica inadeguata al gran numero di partecipanti (alla fine saranno 15,000 sulle tre distanze previste oggi: Maratona, mezza e stracittadina di 10km) Cerco di raggiungere la mia griglia ma l’ingresso è praticamente irraggiungibile a causa della ressa al di fuori delle transenne che non consente di muoversi: una vera bolgia. Che sia un altro omaggio al sommo poeta? Alla fine, quando vedo che i partecipanti alla non competitiva cominciano a partire nonostante parecchi maratoneti siano ancora fuori,  decido di scavalcare e prendo il via in coda al gruppo e con le balle girate.

Per fortuna, bastano pochi minuti a riconciliarmi con la gara: nei primi chilometri è davvero bello passare per le vie del centro e l’incitamento del pubblico (non particolarmente numeroso ma abbastanza caldo) fa dimenticare il fondo irregolare. Mentre stiamo per lasciare la città, verso l’undicesimo chilometro faccio un incontro indimenticabile. Sul ciglio della strada c’è un’anziana e minuta signora che incita tutti i partecipanti dando loro il cinque. Mi porto sul lato destro perché anch’io voglio un po’ della sua energia. Vorrei abbracciarla, ma le risparmio il mio sudore limitandomi a darle un cinque molto delicato per la paura di farla cadere. Riparto con il suo sorriso nel cuore che mi fa dimenticare ogni dolore.

Grazie anche alla carica trasmessami dalla super tifosa (scoprirò poi che si chiama Valeria e ha 84 anni) proseguo abbastanza bene, nonostante il percorso cominci a farsi noioso. Tuttavia, dopo il giro di boa nella frazione di Classe, i fastidi diffusi cominciano gradualmente a trasformarsi in dolori: un po’ presto, visto che siamo solo al quindicesimo. Tengo duro fino a metà gara (1h59′ e spiccioli) e poi decido di entrare in modalità Galloway: da qui fino alla fine mi concederò una pausa al passo di circa 100m ogni km. Oltre al benefico effetto reset su muscoli e articolazioni che si ottiene ad ogni pausa, questo metodo regala anche un vantaggio psicologico: è come spezzare la gara in tanti piccoli tratti, una serie di mini-traguardi molto accessibili.

È anche grazie a questa tecnica se riesco ad affrontare il tratto più monotono della gara: il lungo rettilineo che porta fino a Punta Marina, ovvero sette km nel nulla da percorrere avanti e indietro, e che quasi eguagliano la pena provata a Sapporo: almeno qui oggi ci sono 20 gradi in meno e non si soffre anche per il caldo. In compenso c’è una beffa aggiuntiva: durante il tratto iniziale, per motivarmi ripeto mentalmente “dai che poi si arriva al mare” ma poi… il mare non si vede: si arriva a circa 100m, se ne sente il profumo e si fa inversione di marcia. Colpa mia che non ho studiato il percorso, ma il disappunto resta grande.

Il tratto fino al km35 è il più duro non solo per le mie condizioni fisiche, ma anche perché so cosa mi aspetta: gli stessi sette uggiosi  km già fatti nel senso opposto. A tenermi focalizzato mi aiuta il pensiero della medaglia che mi aspetta all’arrivo. Dalle foto che ho visto sul web si tratta forse della più originale mai vista: un piccolo gioiello in mosaico realizzato a mano e ispirato ad un’immagine dei Mosaici di San Vitale. Deve essere mia a ogni costo!  E così, tra una pausa e l’altra e i pensieri rivolti alla medaglia siamo tornati in città. Si passa di nuovo dalla Darsena e dal Parco di Teodorico. È proprio qui che mi sento chiamare alle spalle: si tratta dell’amico Armando, oggi pacer delle 4h15′ che mi raggiunge. Percorriamo un tratto assieme durante il quale cerca di convincermi ad andare fino in fondo con loro. Ma il cronometro proprio non mi interessa e poi ho le mie pause da rispettare: non vorrei che Galloway si offendesse! Dopo l’ultimo cavalcavia, siamo di nuovo in centro e manca davvero poco alla fine. Mentre sto pregustando la gioia del traguardo, durante il lungo rettilineo finale sento chiamare il mio nick-name di famiglia: è mia moglie che mi affianca correndo mentre cerca di farmi un video. Per qualche ragione non ci riesce, e allora decide di sprintare avanti per farmi una foto che risulterà essere una delle migliori che mi abbiano fatto, grazie al grande sorriso che mi ha regalato. 

Taglio il traguardo felice sia per il risultato (ultimamente per me 4h13′ è tanta roba) che per le condizioni fisiche più che dignitose. Segnali positivi che mi fanno pensare con ottimismo alla prossima gara, al punto da pensare seriamente di prepararla come si deve.

E per una Major forse vale la pena provarci

 

 

 

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