Mar 032019
 

Ci sono voluti sei anni!

Dopo ben cinque tentativi consecutivi andati a vuoto, finalmente al sesto anno mi hanno estratto nella famigerata lotteria e così eccomi qua. Certo che per questa grande occasione mi sarei aspettato delle condizioni meteo non dico perfette come quelle di ieri, ma almeno decenti. E invece manca ancora un’ora alla partenza e mi ritrovo già inzuppato e infreddolito cercando riparo sotto un ponte assieme a tanti altri profughi. Se poi al clima aggiungiamo l’atmosfera non proprio elettrizzante tipica dei pre-gara Giapponesi, verrebbe quasi voglia di tornare a dormire dopo un bel bagno caldo. Ma ormai siamo in ballo e non ci si può tirare indietro: la medaglia della mia quinta Major mi aspetta.

   

 

Mentre lentamente raggiungo la linea di partenza mi libero degli indumenti fradici, e l’aria gelida mi colpisce con un diretto allo stomaco di quelli che lasciano il segno. Gli effetti sono quasi immediati: non sono ancora passato dalla start-line e già ho mal di pancia. Ma ormai non ci sono più bagni in quest’area e mi tocca portare pazienza sperando che passi.

Nonostante il gran numero di partecipanti (37,500 circa) si corre abbastanza fluidamente fin da subito, grazie ai larghi vialoni di Shinjuku. A rendere i primi chilometri più facili – oltre all’entusiasmo (leggi spavalderia) tipico della partenza – contribuisce un percorso in costante lieve discesa. Il mal di pancia va e viene, ma quando arriva è sempre più fastidioso. “Eppure – penso –  ho preso il solito Imodium preventivo che mi rende invincibile. Non è possibile che abbia questi fastidi!” Eppure ci sono… Di fermarsi in un angolo per liberarsi non se ne parla: non solo siamo in un contesto estremamente urbanizzato, ma qui se ti fermi anche solo a far pipì in un angolo rischi l’arresto da parte della discreta ma onnipresente e inflessibile polizia. Quindi non resta che trovare un bagno, ma non è così semplice. Lungo il percorso ce ne sono davvero tantissimi e includono anche quelli delle stazioni di servizio e dei vari convenience stores (in Giapponese コンビニ, kombini). Peccato che siano usati da tutti e che di conseguenza siano assediati da interminabili file. Dopo averne scartati parecchi troppo affollati, mi rassegno alla coda fermandomi nei paraggi della stazione di Idabashi. Perdo circa quatto minuti e quando riparto mi sento molto meglio.

Cerco di recuperare – oltre al mio ritmo – una temperatura corporea degna di un mammifero, visto che durante l’attesa i vestiti fradici mi si sono ghiacciati addosso. Ma non è facile trovare motivazioni. Il percorso non è dei più esaltanti, forse a causa del brutto tempo che rende tutto più grigio. Anche l’intrattenimento non raggiunge il suo scopo di alleggerire le nostra fatiche visto che spesso – forse proprio a causa della pioggia – si trova in posizioni defilate e risulta poco visibile e udibile da chi corre. Non resta che il supporto del pubblico, numerosissimo (specie se si pensa alle condizioni meteo) ma sempre piuttosto discreto e raramente sopra le righe. Con qualche eccezione, tipo il tifo che mi hanno riservato le fan personali al ventesimo km:    

Per chi non conoscesse il Giapponese, l’unica parola che sono riuscito a biascicare (寒い – samui) significa “Fa freddo!

Come sempre, incontrare facce note sul percorso fa molto piacere e ha un effetto quasi dopante. Anche per questo, l’umore è piuttosto alto quando raggiungo metà gara e il cronometro indica un tempo (2h02′) molto migliore rispetto alle aspettative, soprattutto se si tolgono i 4′ della pausa-bagno. Ma l’entusiasmo dura ben poco: il mal di pancia ritorna inaspettato e con prepotenza. Stavolta non cerco di resistere e alla prima occasione utile (i bagni chimici situati nel Kiyosumi Garden) mi fermo per un’altra lunga pausa. Mentre riparto, considero seriamente la possibilità di fare causa alla Johnson & Johnson per l’inefficacia del loro farmaco e per non aver segnalato “fiacca e gambe molli” tra i possibili effetti collaterali.

Questa volta la ripartenza è più problematica e mi ci vorrà un bel po’ prima di recuperare una temperatura corporea compatibile con la vita. Cerco di mantenere un’attitudine positiva parlando con alcuni compagni di viaggio (riesco perfino a beccarne uno che abita  non lontano da casa mia) ma le circostanze non favoriscono una conversazione brillante, e ci limitiamo a brevi scambi simili a bollettini medici. Gli usuali problemi alla schiena per ora non si fanno sentire, ma so che se continuo a stressare la zona lombare arriveranno puntuali. Quindi mi metto in difesa con il solito mix corsa+cammino che in passato mi ha consentito di arrivare in fondo senza danni se non quelli al crono finale. Ma oggi la strategia difensiva non è così semplice da attuare: ad ogni pausa, il freddo e la pioggia si fanno sentire in modo importante costringendomi a ripartire al più presto. Da qui alla fine il mio obiettivo sarà quindi trovare un delicato equilibrio tra corsa e cammino bilanciando le pause al punto giusto. E la cosa funziona: non solo riesco ad arrivare in fondo sulle mie gambe evitando l’ipotermia, ma – pur nella mia lentezza in termini assoluti – recuperando circa 1800 posizioni tra il km25 e il traguardo. (questo in realtà significa soltanto che quelli attorno a me erano messi peggio, ma di questi tempi tutto fa brodo in termini di autostima)

All’arrivo nei giardini imperiali provo la solita felicità del finisher, questa volta accentuata dalla consapevolezza di aver portato a casa un risultato in condizioni difficili. Una volta tagliato il traguardo, osservo l’accoglienza riservata ai Six Star Finishers e noto una gioia particolare nei loro occhi. Nonostante la stanchezza, mi rendo conto di non essere così lontano dal loro traguardo. Mi mancano infatti solo circa 6150km ovvero la distanza che separa casa mia da Boston.

Non sono moltissimi, ma è meglio incamminarsi!

 

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