Aug 162010
 

Riassunto delle puntate precedenti

Erano circa le 14:00 dell’11 Aprile 2010, avevo da poco tagliato il traguardo della mia prima maratona e già pensavo che non sarebbe stata l’ultima. E infatti, dopo quattro mesi eccomi qua a raccontarvi della seconda. Come meglio riassumere questa esperienza?… Analogamente a Caparezza che canta il secondo album è sempre il più difficile potrei dire che il concetto vale anche per la maratona, almeno per alcuni aspetti…. ma procediamo con ordine.

Preparazione e aspettative

Sono approdato a Helsinki con una buona preparazione alle spalle, sicuramente migliore di quella che avevo in occasione dell’esordio milanese: ero riuscito a seguire la mia “tabella FIRST modificata” con sufficiente disciplina, supportato dalla determinazione che mi ha consentito di affrontare i lunghi nonostante le temperature proibitive di Luglio, grazie anche a levatacce alle 4:00 di mattina e a giornate di ferie dedicate alla preparazione. Mi dicevo: “Se riesco a fare 32km in queste condizioni, con il fresco che troverò a Helsinki avrò le ali ai piedi“. E poi, c’erano altri fattori positivi quali l’assenza di infortuni durante la preparazione e la sicurezza psicologica derivante dal fatto che non fosse la fatidica prima volta. Forte di queste premesse, partivo con la concreta aspettativa di migliorare il mio record personale e l’inconfessabile speranza di abbattere la soglia delle quattro ore. E invece – come spesso accade – speranze ed aspettative hanno dovuto fare i conti con…

…la dura realtà

La prima seccatura arriva da un mio risaputo punto debole: l’intestino. Sarà stata l’agitazione, sarà qualcosa che ho mangiato, o forse la temperatura artica subìta durante le tre ore di volo, fatto sta che il giorno prima della gara la pancia comincia a fare le bizze e ad impormi le sue improrogabili priorità. Grazie a dei farmaci provvidenziali riuscirò a placare il vulcano giusto in tempo per la gara, ma questo episodio mi lascerà addosso un senso di malessere e di debolezza diffusa. Il secondo problema è il clima: se pensavo di arrivare in Scandinavia e trovare le condizioni meteo ideali per la corsa… mi sbagliavo di grosso. Il giorno prima della gara c’erano 28 gradi con una forte umidità; e l’indomani le condizioni non miglioreranno.

Ma vabè… come diceva mia nonna “al tempo e al c*l non si comanda” e questo motto sintetizza i primi due problemi. Il terzo lo scoprirò a mie spese solo durante la gara: Helsinki non è completamente piatta come – chissà perché poi – mi immaginavo, ma piena di saliscendi incompatibili con la mia natura di “uomo di pianura” e – soprattutto – con la mia preparazione.

Pre-gara

Arrivato in albergo, lascio la borsa in camera e mi avvio a piedi verso il Race Office, allestito nella Töölö Sports Hall vicino al mitico stadio olimpico e alla statua di Paavo Nurmi

Fa davvero caldo e durante il cammino penso che domani la gara sarà molto diversa da quella che mi ero immaginato. Le operazioni per il ritiro del pettorale e del pacco gara sono agevoli, con un banchetto dedicato ai runners stranieri e chiare indicazioni in Inglese. Il pacco-gara è un po’ misero, considerando il prezzo dell’iscrizione. La maglia tecnica KARHU però è molto carina; peccato solo per il bollino Chiquita sulla schiena. Degne di nota le istruzioni con tanto di foto che spiegano come fissare il chip – anzi, CHIPPIÄ – alla scarpa:

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Molto interessanti anche i numerosi volantini in lingua Suomi.

Dopo aver visitato l’expo e fatto un sopralluogo per individuare la zona concordata per l’incontro con Pino, mi avvio verso l’albergo (questa volta in tram) e contatto Enrico. Riusciamo a trovarci in un improbabile ristorante pizza-kebab-greco dove consumo una cena che contravviene ogni dettame non solo nutrizionistico-sportivo, ma anche del buon gusto. Se solo esistesse un “padre del Kebab” si rivolterebbe nella tomba!

La mattina della gara faccio il pieno con una colazione mostruosa, che oltre alle solite cose include uova, salsicce e polpettine Ikea-style. Mi manca però il coraggio di assaggiare l’aringa marinata: che fifone vigliacco! Vero le 9:30 si scatena una bufera tropicale che scarica sulla città una quantità d’acqua considerevole. Purtroppo non serve a rendere il clima più adatto ad una maratona, anzi… alle 11:00 fa caldo come prima, solo che ora è molto più umido! Alle 11:30 mi trovo con Enrico nella hall dell’albergo per gustare un sontuoso pranzo a base di barrette Enervit (io) e beverone di carboidrati (lui). Facciamo una bella chiacchierata distensiva, e ci avviamo all’appuntamento con Pino. Arriviamo in zona partenza quando mancano ancora due ore, quindi abbiamo il tempo di fare qualche foto-ricordo sotto il traguardo:

 

Mi cambio, lascio la borsa nell’area deposito del palazzetto (totalmente incustodita, ma mi assicurano che non ci sono problemi…) e mi concedo un ultimo pit-stop al fantastico mega vespasiano open-air:

Gentlemen, start your engines

Già, ma… dov’è il nostro settore? Questo ha dell’incredibile: non solo non esistono le gabbie di partenza, ma l’accesso all’area del via avviene a partire dalla testa. Tutti si avviano disciplinatamente, incrociano i top-runners e via via risalgono lo schieramento fino al punto che indica il tempo finale previsto. Mi fa sentire molto civile sgomitare con gli altri per andare a prendere una posizione di retrovia, e ho un brivido di disgusto immaginando la scena che si presenterebbe in una maratona nostrana se utilizzassero lo stesso sistema: tutti in prima fila con i Keniani!!

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Mancano quindici minuti alla partenza, il caldo è soffocante e non tira un alito di vento. Pino dice che deve assolutamente fare un po’ di stretching prima del via e quindi è costretto ad uscire dal recinto, poiché è praticamente impossibile perfino allacciarsi le scarpe vista l’estrema densità dei runners; purtroppo non riesce a rientrare con noi e lo rivedrò soltanto 36km dopo. La tensione sale; il caldo pure. Mancano ormai pochi minuti, saluto Enrico sapendo che lui partirà a razzo e non lo vedrò più; secondo lui – visto che non si è preparato a dovere – dovrei raggiungerlo verso il Km 35. Ovviamente non gli credo. Intanto il Garmin non riesce ad agganciare i satelliti: anche lui agitato o semplicemente spaesato da queste insolite latitudini? Sono già sudato fradicio prima di cominciare; speriamo che la pancia si comporti bene… Ma non c’è più tempo per pensare: la musica cambia (che palle, ancora ‘the final countdown’) e alle 15:00 in punto lo starter spara il colpo che scatena un brivido e lancia un impulso nella spina dorsale del serpentone formato dai 6500 runners.

Chi vive sperando…

Si parte senza troppi problemi di traffico e dopo circa un minuto transito sotto l’arco della partenza. BIP!! Bene, il chip funziona (ho sempre paura che i miei tempi non vengano registrati a causa di qualche problema tecnico al sistema di cronometraggio). La mia strategia di gara è molto semplice: correre ad un ritmo costante tra i 5’30” e i 5’40” al Km in modo da arrivare in quattro ore. Imposto quindi il pilota automatico e procedo fisso sui 5’35”. Dopo un paio di km comincia a piovere: penso ingenuamente “che bello così rinfresca un po’”. Invece la pioggia è scarsa e scatena ancora di più la terribile umidità. Attorno al sesto km, il primo segnale che il percorso non è come mi aspettavo: si comincia a salire, e con la prima salita anche il caldo sembra amplificarsi. Tengo duro per mantenere il ritmo e ce la faccio fino al km10, dove mi concedo un rallentamento al ristoro. Alla ripartenza una sequenza di saliscendi mi fa pensare che forse le quattro ore non sono del tutto realistiche; e infatti dopo un po’ vengo raggiunto e superato dai pacemaker marcati 4h00. Al Km15 (poco dopo essere transitati dal villaggio Nokia) una brusca salita mi riporta sulla terra e mi fa definitivamente capire che quella di oggi non è la gara giusta per tentare l’impresa delle quattro ore. Decido quindi di cambiare strategia: d’ora in avanti la priorità è quella di godermi la corsa, il pubblico ed il paesaggio senza illudermi di fare il tempo e puntando ad arrivare in buone condizioni. Mai scelta fu più saggia…

L’importanza del pubblico

Arrivo a metà gara con un tempo di 2h05’ praticamente lo stesso della mia prima maratona, ma con qualche piccola differenza: oggi ci sono almeno 15 gradi in più per non parlare dell’umidità e delle salite. Ma oramai del cronometro non mi preoccupo più.

Il pubblico è presente su quasi tutto il percorso, ed il suo supporto si fa sentire. La parte migliore è quella dopo il km24 dove si costeggia il porto e il percorso devia nel cuore della città: nella “Esplanaden” si corre sostenuti dalla costante incitazione di due ali di folla che – per quanto siamo lenti e patetici – ci fanno sentire un po’ gli eroi del giorno. Mi piace ringraziare i personaggi che mi colpiscono maggiormente, applaudendoli a mia volta o – nel caso di pubblico femminile – lanciando dei bacetti affettuosi. Si vede che qui non sono abituate a questo tipo di attenzioni: quasi tutte rispondono sorridendo o addirittura – è il caso di tre ragazze paffutelle – saltellando e ritornandomi dei gridolini di incoraggiamento ad-personam, manco fossi una rock star!

Salted Pickles, what else?

I punti di ristoro sono frequenti e molto ben forniti di acqua e Gatorade. Per quanto riguarda gli alimenti solidi, accanto alle solite banane da metà percorso in poi fanno la loro trionfale comparsa i cetrioli sotto sale (!) La curiosità di assaggiarli è tanta, ma non ne ho il coraggio e tornerò a casa con il dubbio che questo insolito integratore possa avere degli effetti miracolosi. Anche i quattro punti di spugnaggio sono bene organizzati e nessuno rimane senza la sua spugna imbevuta d’acqua fresca; in due occasioni ci sono anche docce volanti molto piacevoli.

Attorno al km28 il tracciato si ricongiunge con quello già percorso all’inizio e questo significa che le salite non sono finite, anzi… Ormai ad ogni ristoro prendo il mio tempo per bere con calma e fare un tratto al passo. In un’occasione faccio anche due chiacchiere con il personale dell’ambulanza fermo al ristoro, e quando gli dico che sono un ‘collega’ della Italian Red Cross mi festeggiano con pacche sulle spalle e mi incitano a ripartire. Vorrei tanto chiedergli una mascherina di O2 ma la dignità ha il sopravvento e proseguo fiero della mia dispnea.

Gran finale

Arrivo ai 30km in 3h03’. E’ pur vero che l’aspetto cronometrico oggi non mi interessa, ma la mente non può fare a meno di calcolare proiezioni (un mio metodo per passare il tempo e distrarmi durante la gara) sentenziando che dovrei finire tra le 4h20’ e le 4h25’. Peccato che i calcoli non tengano conto delle salite; attorno al trentacinquesimo in particolare ce n’è una terribile: solo una cinquantina di metri ma ripida come un muro, o almeno così la percepisco.

Al km36 vedo una sagoma conosciuta: è Pino che arranca camminando. Percorro un tratto con lui; mi racconta della violenta crisi che lo ha investito attorno al trentesimo e di come i crampi gli abbiano praticamente inibito il controllo delle gambe. Gli propongo di fare un tratto assieme, magari alternando cammino e corsa, ma lui mi dice di averci già provato e di rendersi conto che correre è ormai impossibile. Lo saluto e ci diamo appuntamento in zona arrivo.

Intanto, il numero degli zombie che incrocio continua ad aumentare: parecchia gente a bordo strada con i crampi, e anche i primi con problemi di stomaco che vomitano l’anima. L’istinto del soccorritore vorrebbe che mi fermassi a dare una mano, ma mi rendo conto che non c’è molto che possa fare per loro. Mi chiedo quanto la mia condizione sia distante dalla loro, e tiro dritto… Gli ultimi 5km li faccio in compagnia di un signore giapponese: quando lo vedo da dietro tutto ingobbito che arranca, lo apostrofo con un sonoro 頑張りましょう, un incitamento a tener duro rivolto ad entrambi (non esiste una forma verbale simile in Italiano). Mi guarda un po’ stranito e mi restituisce con un filo di voce lo stesso motto; da lì fino all’arrivo giochiamo a sorpassarci, parola molto grossa considerando la nostra velocità lumachesca. La consapevolezza di avercela ormai fatta rende gli ultimi km meno faticosi, nonostante quei criminali degli organizzatori abbiano voluto infierire inserendo un’ultima salita proprio alla fine, quando uno vorrebbe fare la volata trionfale. Purtroppo l’arrivo non è – come nelle precedenti edizioni – nello stadio Olimpico che in questo periodo è in fase di ristrutturazione; quindi la scena del traguardo è un po’ anonima e con pubblico scarso (c’è anche da dire che sono ormai le 19:30). E’ comunque una bella sensazione quella di passare sotto il traguardo e di vedere il proprio nome sul maxi schermo che scandisce gli arrivi in tempo reale. Nulla di paragonabile alla gioia della prima volta (penso che quella sia irripetibile) ma rimane molto bello. E poi ora potrò dire di avere al mio attivo ben due maratone, che fa molto meno pivello di chi ne ha fatta una sola.

Epilogo

Dopo l’arrivo mi congratulo con il Giapponese e lo saluto, mi tolgono il chip dalla scarpa e mi danno la medaglia, davvero bella. Poi mi mettono in mano una bottiglietta; la apro e bevo avidamente, ma mi fermo subito: si tratta di yogurt ai frutti di bosco e non – come sarebbe logico – di qualcosa da bere. Non lo sputo solo perché rischierei di colpire qualche runner. Nonostante sappia che dovrei camminare un po’ e fare stretching, mi sbatto sul prato e ci rimango sdraiato per un quarto d’ora, finché poi mi dico “e ora chi riesce a rialzarsi?” E invece – con grande sorpresa – le gambe rispondono ai comandi e mi rimetto in piedi senza problemi; quando poi vado a recuperare la mia borsa nel palazzetto e vedo decine di runners che strisciano lungo le scale capisco che la preparazione – anche se non mi ha fatto fare il tempo – mi è servita a finire in buone condizioni fisiche.

Dopo un po’ incontro Pino, stanco e demoralizzato. Mi racconta la sofferta decisione di ritirarsi e di farsi accompagnare all’arrivo dai soccorsi sanitari. Mi spiace davvero tanto per lui, soprattutto sapendo con quanta costanza aveva preparato questa gara. Gli propongo di andare insieme a farci fare un bel massaggio, ma lui preferisce raggiungere la moglie e tornare a casa il prima possibile. Ciao Pino, alla prossima! Io invece al massaggio gratuito non intendo rinunciare e mi metto in fila: saranno 10 minuti di pura goduria, nonostante il massaggiatore fosse un giovanottone scandinavo e non una formosa fisioterapista con le treccine bionde. Raccolgo la mia roba e mi avvio verso il tram che mi riporterà in albergo in tempo per vedere i pacemakers delle 5h30’ (!!) che stanno tagliando il traguardo. Torno in albergo dove concluderò la giornata con una bella sauna e una profonda dormita.

Cosa mi lascia questa maratona? La consapevolezza che una buona preparazione è fondamentale, anche se poi durante la gara ci sono infinite variabili che ti possono costringere a correre in condizioni diverse da quelle attese, e a rivedere obiettivi e strategie. In una parola:ESPERIENZA.

E poi mi rimarranno in mente il calore del pubblico, l’educazione e la disciplina degli automobilisti, i cetrioli salati, i bei panorami e tanti altri piccoli flash.

Addio Helsinki…. Venezia, sto arrivando!!

PS: L’indomani ho trovato il coraggio di mangiare l’aringa marinata a colazione, e non era niente male!!

Apr 112010
 

Albascura
“La notte schiude le sue braccia fragili. Tra le emozioni che si intrecciano” cantano i Subsonica.
E invece stranamente – soprattutto pensando all’ansia pre-gara della vigilia – ho dormito un sonno profondo e ristoratore, tanto che ho fatto quasi fatica a sentire la sveglia puntata alle 06:00. Mi alzo, e la prima cosa che faccio è controllare le condizioni meteo. Purtroppo le previsioni erano corrette: c’è vento teso e freddo, a tratti molto forte.
Faccio una colazione ‘normale’ senza le stranezze consigliate da qualcuno, tipo tre etti di bucatini con burro e marmellata, limitandomi al solito tazzone di caffè americano con tanti biscotti. Un’ultima occhiata ad Internet per controllare il meteo (non si sa mai: magari all’ora della partenza torna la primavera) e vedere gli ultimi messaggi di incoraggiamento degli amici di Facebook. Mi vesto con calma, e faccio l’ennesimo controllo della check-list.
Sono stranamente calmo…

In partenza verso Rho
gonfiabile-lagerAlle 7:15 usciamo di casa. Il tempo è davvero da lupi. Miki – che mi accompagna con grande pazienza in questa avventura – mi chiede: “sei sicuro di voler guidare?” un po’ preoccupata che la mia agitazione pre-gara possa portarci dritti verso un bel frontale. Fortunatamente, arriviamo incolumi a destinazione e parcheggiamo nel P4.La mia calma (apparente?) comincia a sfumare quando vedo l’afflusso costante di runner infreddoliti che si avvicina alla zona partenza. Per un attimo ho la sensazione che siano colonne di deportati che si avvia mestamente verso il loro destino, e mi sembra di scorgere sul gonfiabile le parole “Laufen macht frei”. Ma che bella immagine rassicurante….

Preparation is 90% of success
Ovvero una delle poche cose che mi sono rimaste in testa dopo anni di management training. Grazie Krauthammer!
Procedo al rito della vestizione senza scendere dall’auto, considerato il clima polare. Calze, scarpe, fascia-cardio, cerotto-proteggi-capezzoli, iPod, Garmin, maglietta…. E poi? Cosa cavolo mi metto addosso con questo vento freddo? Sono tentato di mettere qualcosa con le maniche lunghe, ma alla fine decido per il gilet anti-vento da indossare sopra alla magliettina ufficiale. Mi metto sopra una felpina da tenere fino alla consegna borsa e affronto la bufera. Intanto ricevo la chiamata di Stefano: mi dice che si trova con i suoi amici nella hall dell’hotel HN per ripararsi dal vento.

Profughi? No, runners!
Sono da poco passate le 8:00 quando ci dirigiamo verso la zona partenza. Deposito la borsa con il cambio indumenti e mi separo della preziosissima felpa: ma quanto freddo fa?? Mi metto subito la maglietta ‘sacrificabile’ e sopra di quella il sacchetto dell’immondizia per ripararmi dal vento. Il mio bellissimo pettorale si trova ora sotto 3 strati di roba e non può essere immortalato dai numerosi fotografi. L’istinto di sopravvivenza ha la meglio sulla vanità e rinuncio alle foto ricordo.
Arriviamo all’hotel e la scena che vedo ha del surreale: sembra di essere in un campo profughi pieno di gente vestita in modo improbabile, intenta a spalmarsi creme sulle gambe. L’odore di canfora che aleggia nella hall mi ricorda la frase di Robert Duvall in Apocalypse Now: “I love the smell of canfora in the morning… Smells like… victory” Forse non si trattava di canfora, ma fa lo stesso… Magari la prossima volta provo a scaldarmi i muscoli col Napalm. Evidentemente i miasmi che si respirano mi provocano qualche allucinazione cinematografico-olfattiva.
Poco dopo aver incontrato Stefano e i suoi amici, una dipendente dell’hotel in preda a crisi isterica comincia ad inveire contro i profughi, intimandoci di sgomberare. Sembra molto decisa, ma viene ignorata dalla maggior parte degli occupanti. Non mi stupirei di vedere qualcuno scrivere sui muri con la bomboletta spray “OKKUPARE NON E’ REATO”. Visto che siamo persone educate, ci dirigiamo fuori affrontando stoicamente la tormenta. Accompagno Stefano & co a depositare le borse (azz! Tutto questo freddo extra avrei potuto risparmiarmelo, consegnando anch’io all’ultimo momento) saluto Miki come avrebbe fatto un militare in partenza per la guerra del Vietnam e ci dirigiamo verso la partenza.

Prima del via
La zona di partenza dedicata a noi sfigati (quelli con un tempo in maratona nel range 4h / ∞) è piuttosto lontana e per raggiungerla si deve camminare su un striscia di terreno accidentato: manca solo di beccarsi una storta alle caviglie proprio ora… C’è ancora tempo per l’ultima pisciatina e per socializzare con gli amici di Stefano: Massimo, Andrea e Luciano.

MCM-2010-Gruppo-alla-partenza

Fare due chiacchiere con gente simpatica mentre si attende in griglia è un’ottima medicina per stemperare la tensione. Vacca boia, che freddo!!! Fortunatamente, la densità all’interno della gabbia produce un piacevole “effetto stalla” che rende il freddo più sopportabile. Gli elicotteri della TV ronzano sopra le nostre teste, richiamando alla mente altre similitudini con Apocalypse Now. “This is the end. My only friend, the end

Start me up
Accendo il Garmin e preparo l’iPod sulla playlist “Run like Hell”. Da un momento all’altro mi aspetto di sentire Russell Crowe gridare: “On my signal, unleash hell” E invece siamo così lontani dalla start-line che lo sparo neanche si sente. Mi accorgo che è stato dato il via dal fatto che vedo alcuni palloncini muoversi davanti a noi. Comunque ci siamo: si parte. Mi vengono in mente le parole di Cochi e Renato: “e c’è sempre qualcuno che parte, ma dove arriva, se parte?” e subito penso che vista la solennità del momento sarebbe stata opportuna un’associazione mentale un po’ più epica, tipo – che ne so – “The final countdown” o “Eye of the tiger“, ma vabè…. Strappo il sacco della spazzatura con un movimento molto virile e mi incammino.
L’avventura comincia. Non c’è più tempo per pensare: la parola passa a gambe e i polmoni.

I primi 10Km
Quasi subito perdo di vista Stefano. Aveva dichiarato che – considerata la scarsa preparazione – si sarebbe accontentato di un tempo con il 4 davanti e a quanto pare ha proprio scelto di partire piano. Per un po’ rimango con Massimo ma dopo un paio di km lo lascio andare visto che sta andando ad un passo non compatibile con i miei obiettivi.
Mi tolgo la maglietta di scorta ma non la butto: ho troppa paura del vento. Per ora la tengo in mano appallottolata e la uso per asciugarmi il sudore. Ehm…. Ma quale sudore? Con questo vento evapora tutto immediatamente. Allora la butto, ma il mio senso civico mi impone di trovare un cestino dei rifiuti: cosa non facile nella periferia industriale di Rho-Pero. Al primo ristoro bevo disciplinatamente, anche se non ho ancora sete. Continuerò a farlo ad ogni ristoro. A metà di Via Novara comincio a sentire qualche doloretto di pancia. Mi guardo attorno alla ricerca di un bagno chimico, ma non ne vedo. Dopo qualche minuto per fortuna il doloretto scompare.
Come temevo, sono partito troppo forte: nonostante mi imponga di andare piano, mi lascio trascinare su una media attorno ai 5’30 nei primi Km. Chiudo i primi 10Km in 56’44. Mi sento bene, anche se il vento freddo si fa sentire.

Tra i 10 e i 20
Come da programma, mi bevo il primo gel energetico seguito da abbondante acqua. Le gambe girano bene, e non ho nessun segnale preoccupante dal ginocchio. Ritorna il mal di pancia, questa volta più forte. Di bagni chimici, neanche l’ombra. Mi sfiora l’idea di appartarmi dietro una siepe, ma tengo duro cercando di pensare che il problema è dovuto solo al passaggio davanti a San Siro, tempio di uno sport che mi fa c***re. Quando siamo in zona Monte Stella cerco di individuare tra il (poco) pubblico Lucrezia e Giampaolo, ma tutto quello che vedo sono automobilisti incazzati che non riescono a concepire perché diavolo dovrebbero fermarsi per lasciar passare gente incivile che va a piedi. In via Gallarate il vento si fa incredibilmente forte e – ovviamente – contrario. E’ dura…. Per fortuna in piazzale Accursio due belle sorprese: Lucrezia & Family che fanno il tifo gridandomi “VAI FOIA!!” e una band che fa musica dal vivo molto allegra. Questo mi da una bella carica. Ma purtroppo dura poco: devo trovare un bagno o qui si rischia un disastro ecologico degno di Chernobyl. Per fortuna vedo un bar aperto all’angolo tra via Teodorico e via Marco Antonio Colonna. Entro tutto trafelato e chiedo di poter usare il bagno temendo una risposta diplomatica del tipo “E’ fuori servizio”. E invece la risposta “seconda porta a sinistra” suona armoniosa come una melodia di Chopin. Sarò per sempre grato al bar Cinzia (il giorno dopo ne ho rintracciato il numero di telefono e li ho chiamati per ringraziarli con tutto il cuore). La sosta mi è costata un paio di minuti e ha rimbambito il Garmin, ma era davvero necessaria.
Man mano che ci avviciniamo a metà gara, l’ambiente si fa più vivo: pubblico presente, musica ad alto volume lungo quasi tutto Corso Sempione e…. fotografi. Ho il mio bel da fare ad aprire il gilet anti-vento per mostrare il numero di gara in favore di obiettivo e a richiuderlo velocemente per non prendere troppo vento sul pancino.

Tra i 20 e i 30
Puntuale come un orologio svizzero, bevo il secondo gel. Al bivio per la mezza rischio di sbagliare. Ma non potevano mettere delle indicazioni chiare??? Sui bastioni di Porta Nuova arriva il cartello di metà gara e faccio un breve check-point: 2h04 per la prima parte, nessun dolore, il cuoricino si mantiene sotto i 150bpm, il mal di pancia è ormai alle spalle e la velocità attorno ai 5’40. Forte di questi segnali positivi mi dico: “Ok, forza: hai solo una mezza davanti. Che vuoi che sia?” A fianco dei giardini pubblici due coppie di novelli sposi cinesi ci guardano passare: siamo noi runners ad applaudire loro. Le spose in abito bianco sembrano divertite. In Corso Venezia è un po’ deprimente vedere quelli che stanno già tornando indietro dopo aver fatto il giro di piazza Duomo, ma non mi lascio influenzare. Mi ripeto che il mio obiettivo è arrivare in fondo.

E’ bello passare tra le vie del centro e a tratti si ha la sensazione di essere le star del giorno, con i ragazzini che ti danno il cinque, alcuni dei quali dicendoti “Bella!” Anche attorno al duomo ci sono parecchi fotografi; sperando di riuscire bene in qualche foto, mi do il contegno di uno che non è neanche toccato dall’idea della stanchezza, cosa non del tutto vera. Al rifornimento del 25Km, poco prima di San Babila, mi concedo il primo rallentamento e bevo un po’ d’acqua camminando invece che correndo per un breve tratto. Al ritorno su Corso Venezia incrocio Stefano che va nell’altro senso: quando diceva che l’avrebbe presa con tranquillità non scherzava. Poco dopo sono raggiunto dai pacemakers delle 4h15′. Il primo pensiero è stato: “Urca, ma allora stavo andando così forte?” Ma poi, quando decido di stargli dietro capisco che ad andare forte sono loro e non io. Tengo duro per una ventina di minuti ma poco prima del trentesimo devo concedermi una breve pausa al passo; quando riprendo a correre i pacemakers sono davanti soltanto per una cinquantina di metri, ma il gap aumenta in modo inesorabile e non li rivedrò più.
Comincio ad essere stanco.

BANZAI!!
Il terzo e ultimo gel segna ufficialmente l’ingresso in un territorio inesplorato: quello dopo il trentesimo chilometro, mai provato durante gli allenamenti. Quella parte di gara descritta da tanti come una specie di twilight zone nella quale può succedere di tutto, soprattutto l’incontro con il famigerato “muro“. Io mi guardo attentamente in giro per evitare eventuali pareti malintenzionate, ma non vedo neanche un mattone. L’unica cosa a cui fare attenzione sono gli staffettisti dell’ultima frazione che invadono la corsia cercando di farsi vedere dai compagni. Verso il 32km, sento un grido arrivare dal lato opposto del Naviglio “Foiaaa!!”. Identifico una sagoma rossa che corre in senso inverso e penso “quella pazza non può che essere Nadia”. La mitica Nadia che nonostante i suoi problemi oggi è qui con noi, anche se “a mezzo servizio”. Cerco di starle dietro, ma il suo ritmo – nonostante rallenti apposta per me – è un po’ troppo alto, soprattutto in questo momento in cui comincio a sentire un dolore inedito sulla parte alta della coscia verso l’interno (non conosco il termine anatomico esatto). Comunque fare due chiacchiere con Nadia – che tra l’altro mi sgrida per la posizione delle braccia – mi aiuta a distrarmi. All’altezza di Piazza Cantore ho bisogno di una breve pausa al passo e lascio andare Nadia. Riprendo con un passo attorno ai 6’00” fino al rifornimento del 35Km. Del famigerato “muro” ancora neanche l’ombra, anche se ora la fatica si fa sentire ancora di più. Ma poi faccio un rapido calcolo: ormai anche se dovessi camminare fino all’arrivo finirò comunque sotto le 4 ore e mezza. Questo rafforza dentro di me la certezza di arrivare fino in fondo.

In zona Vigorelli scorgo un gruppo di turisti Giapponesi che ci saluta; ho la forza di avvicinarmi e gridare “最後までがんばります!!” suscitando nell’incredula comitiva grida di entusiasmo ed ammirazione. I loro ‘Banzai’ mi danno la forza di arrivare in Corso Sempione, con il suo interminabile rettilineo. La folla si fa sempre più densa ed unanime nel gridarci di non mollare, che ormai siamo in fondo. Mi piace applaudire chi chi incita per ringraziarli del loro calore.
Probabilmente ce la potrei fare ad arrivare correndo fino alla fine, ma la paura di rovinare tutto solo per guadagnare qualche minuto mi impone di fare qualche tratto al passo. Ultimo chilometro: mi slaccio definitivamente l’anti-vento per darmi in pasto agli obiettivi dei numerosi fotografi. Ci siamo. La forte emozione che provo non si esprime in un pianto liberatorio ma in una specie di rabbioso grido interiore che esplode mentre taglio il traguardo con le braccia alzate. E’ fatta: ora anch’io sono un maratoneta, una persona un po’ speciale, forse un pazzo agli occhi di tanti, ma sicuramente qualcuno che sa accettare le sfide e portarle in fondo.

E il primo folle pensiero che mi attraversa la mente è… che questo è solo l’inizio.